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Contro la mafia senza se e senza ma: è una vergogna trascinare ancora Berlusconi nelle parole dei boss

Le nuove dichiarazioni di Graviano riaccendono le polemiche sul nome di Silvio Berlusconi. Ma le parole dei boss, per quanto debbano essere ascoltate e verificate dalla magistratura, non possono trasformarsi automaticamente in verità storica né diventare uno strumento per riscrivere la memoria dell’ex presidente del Consiglio

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Io ho piena fiducia nella magistratura. Ma i criminali mafiosi non possono diventare i depositari della verità sulla storia d’Italia. C’è una parola che non deve mai essere pronunciata con timidezza: mafia. La mafia fa schifo e anche i mafiosi. Lo dico senza vergogna ma anzi, sono convinto di quello che dico.

E c’è una posizione dalla quale non intendo arretrare di un solo millimetro: contro la mafia, contro Cosa Nostra, contro chi ha ucciso, stragista, ricattato, trafficato droga, seminato terrore e cercato di piegare lo Stato, non ci possono essere ambiguità.

Chi ha scelto la criminalità organizzata ha scelto di stare contro lo Stato.

Chi ha contribuito a stragi, omicidi e violenze contro magistrati, forze dell’ordine e cittadini innocenti ha scelto di stare dalla parte opposta rispetto alla legalità e alla democrazia.

E proprio per questo, quando un boss mafioso torna a parlare, le sue parole devono essere ascoltate dalla giustizia, ma non possono diventare automaticamente verità per l’opinione pubblica.

Oggi Giuseppe Graviano, nel processo Baiardo a Firenze, ha nuovamente pronunciato il nome di Silvio Berlusconi, raccontando di una presunta società che il nonno Filippo Quartararo avrebbe costituito con Berlusconi tra il 1969 e il 1970 e riferendo di successivi incontri e di una presunta documentazione privata. Sono dichiarazioni che dovranno essere valutate e riscontrate nelle sedi competenti. Ed è qui che voglio essere chiarissimo. Io ho piena, totale fiducia nella magistratura italiana.

La mia fiducia è nelle donne e negli uomini dello Stato che ogni giorno siedono nelle aule di tribunale, studiano gli atti, ascoltano i testimoni, verificano i documenti e cercano la verità. Sono convinto che sapranno fare ciò che devono fare: pesare le parole, verificare i racconti, cercare i riscontri e distinguere le prove dalle accuse. Perché un boss può parlare. Deve poter parlare quando la legge lo prevede. Ma la parola di un boss non è una sentenza. E soprattutto non può diventare una patente di verità.

Chi appartiene alla criminalità organizzata può avere informazioni importanti. Può conoscere fatti che devono essere approfonditi. Può contribuire all’accertamento della verità. Ma può anche avere interessi personali, strategie difensive, convenienze processuali o ragioni che soltanto gli inquirenti possono valutare. Per questo ogni sua parola deve essere verificata. Non esiste nessuna scorciatoia.

E allora mi domando: è davvero necessario che ogni volta che un criminale mafioso decide di parlare, il nome di Silvio Berlusconi venga nuovamente trascinato nel fango? È davvero questo il modo in cui vogliamo raccontare la storia del nostro Paese? Io dico di no. E lo dico con ancora maggiore forza perché oggi Berlusconi non c’è più. Non può replicare personalmente.

Non può difendersi davanti a una telecamera. Come più volte da vivo aveva fatto sempre con grinta respingendo a questi criminali tutte le accuse indecenti che questi gli sollevano. Ora non può entrare in un’aula e rispondere alle parole pronunciate sul suo conto.

E questo rende ancora più importante una cosa: non confondere mai una dichiarazione con una verità accertata. Silvio Berlusconi è stato quattro volte presidente del Consiglio ed è stato uno dei protagonisti assoluti della storia politica, imprenditoriale e sociale italiana degli ultimi decenni. Fininvest ricorda i suoi 3.339 giorni complessivi a Palazzo Chigi e la costruzione di un gruppo imprenditoriale sviluppatosi nell’edilizia, nella televisione, nell’editoria, nello sport e nella gestione del risparmio. Questo non cancella controversie, processi o sentenze. Ma nemmeno consente di cancellare tutto ciò che Berlusconi ha rappresentato e realizzato. Ha creato aziende. Ha dato lavoro a migliaia di persone. Ha costruito un gruppo imprenditoriale che ancora oggi conta circa 25 mila dipendenti. Ha trasformato il Milan in una delle società calcistiche più vincenti della storia, con 31 anni di proprietà e una straordinaria serie di successi. Ha scelto la politica e ha governato l’Italia. Ha attraversato vittorie e sconfitte, consenso e contestazione. La sua storia può essere criticata. Può essere discussa. Può essere sottoposta al giudizio della storia. Ma non può essere riscritta ogni volta che un boss pronuncia il suo nome.

E soprattutto non accetto che si possa costruire, anche soltanto attraverso insinuazioni o accostamenti non dimostrati, una sovrapposizione tra la figura di Silvio Berlusconi e quella dei boss mafiosi. Perché questo è un vero schifo.

Perché sono proprio loro, i mafiosi, ad avere interesse a trascinare nelle proprie narrazioni nomi, istituzioni e protagonisti della vita pubblica.

La mafia ha cercato per decenni di infiltrarsi nello Stato, di condizionarlo, di intimidirlo. Ha ucciso servitori dello Stato.

Ha assassinato magistrati. Ha fatto saltare in aria la macchina di scorta del Magistrati Giovanni Falcone uccidendo lui e la moglie anch’essa magistrati e molti uomini della sua scruta. Ha fatto saltare in aria le macchine di scorta del giudice Paolo Borsellino uccidendo lui e i suoi uomini della scorta. Ha colpito e ucciso uomini delle forze dell’ordine. Ha seminato terrore tra cittadini innocenti. Ha compiuto stragi. Ha tentato di dimostrare che lo Stato potesse essere ricattato e messo in ginocchio.

E oggi noi dovremmo consegnare proprio a questi uomini se così si possono chiamare il potere di riscrivere la storia attraverso le loro parole? No. Mai.

La mafia non deve vincere neppure sul terreno della memoria.

Per questo ascoltiamo le dichiarazioni dei boss quando la giustizia lo richiede, ma poi facciamo quello che uno Stato serio deve fare: verifichiamo. Documenti. Testimonianze. Riscontri. Fatti. Sentenze. Tutto deve essere sottoposto al vaglio della magistratura. Io mi fido di questo percorso. Mi fido di magistrati che hanno la schiena dritta. Mi fido delle donne che degli uomini dello Stato che non hanno bisogno di campagne mediatiche per fare il proprio lavoro. E proprio per questo non ho paura della verità. Se esistono prove, vengano fuori. Se esistono documenti, vengano esaminati. Se esistono responsabilità, vengano accertate.

Ma se esistono soltanto parole, quelle parole devono rimanere sottoposte alla verifica della giustizia. Perché in Italia non deve essere il criminale a stabilire chi è colpevole. È la magistratura, attraverso la legge e le prove, a stabilirlo. Questa è la differenza tra una democrazia e una giungla. Questa è la differenza tra lo Stato e la mafia.

E proprio per questo trovo vergognoso e profondamente squallido che, a distanza di tempo, ogni nuova dichiarazione proveniente da ambienti mafiosi possa trasformarsi nell’ennesimo titolo capace di trascinare ancora una volta il nome di Berlusconi accanto a quello dei boss.

Non perché Berlusconi debba essere considerato intoccabile. Nessuno lo è.

Ma perché la memoria di un uomo morto merita almeno lo stesso rispetto che si deve a ogni cittadino: nessuno può essere condannato mediaticamente sulla base di parole che devono ancora essere verificate e soprattutto parole pronunciate da un mafioso.

E c’è un’altra cosa che mi preoccupa.

Quando continuiamo a rappresentare l’Italia attraverso il racconto dei boss, quando lasciamo che siano loro a dettare il titolo del giorno, quando permettiamo che la loro voce occupi lo spazio della memoria collettiva senza ricordare chi sono e quale storia criminale hanno alle spalle, rischiamo di fare un regalo proprio alla mafia.

Perché la mafia non deve diventare protagonista della storia italiana. La protagonista deve essere l’Italia che l’ha combattuta. L’Italia dei magistrati. L’Italia delle forze dell’ordine. L’Italia dei cittadini onesti. L’Italia delle vittime delle stragi. L’Italia di chi ha sacrificato la propria vita per lo Stato.

E soprattutto un’Italia nella quale la verità non viene stabilita dal più criminale, dal più spietato o dal più rumoroso. La verità si costruisce con le prove. Per questo continuerò ad avere piena fiducia nella magistratura.

E continuerò, allo stesso tempo, a dire con tutta la forza possibile che la mafia fa schifo, i boss non sono eroi, i criminali non sono depositari della verità e nessuno Stato libero deve permettere che chi ha combattuto contro le sue istituzioni possa oggi diventare, attraverso le proprie dichiarazioni, l’arbitro della reputazione degli altri. La magistratura faccia il suo lavoro. I giornalisti raccontino i fatti. I documenti parlino. Le prove vengano valutate. E la storia giudichi.

Ma una cosa deve essere chiara: i boss mafiosi non avranno mai il diritto di riscrivere la storia dell’Italia. E non avranno certamente il diritto di decidere loro quale debba essere la memoria del Presidente Silvio Berlusconi.

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