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Attualità

“Cosa stanno insegnando ai bambini?”. Il caso degli asterischi sul cartellone inclusivo di Genova

Alla scuola Daneo di Genova il linguaggio inclusivo finisce al centro della polemica. Lussana rilancia i dubbi di don Porcile: “Perché far usare quegli asterischi agli alunni?”

Striscione tolto nei giorni scorsi, riappeso questa mattina all�entrata della scuola primaria Daneo, nel centro storico. Genova, 28 settembre 2026. ANSA/LUCA ZENNARO

Prima lo striscione rimosso, poi restituito. Infine la polemica sugli asterischi. A Genova il caso nato davanti alla scuola Daneo, uno degli istituti più multietnici della città, continua a far discutere anche dopo il chiarimento sull’intervento degli agenti. Il cartello con la scritta “Qui nessuno è straniero” era stato tolto dopo una segnalazione arrivata alla polizia locale. Gli agenti, secondo quanto ricostruito, avrebbero ritenuto inizialmente che gli striscioni potessero essere collegati alle tensioni registrate nella zona il giorno precedente. Chiarito che si trattava invece di materiale realizzato nell’ambito delle iniziative della scuola, gli striscioni sono stati riconsegnati ai genitori e al personale scolastico.

Caso chiuso? Non proprio. Perché a incendiare la discussione è stato un altro particolare: alcune parole del cartellone terminavano con l’asterisco, secondo una delle formule utilizzate nel linguaggio woke. Sul punto è intervenuto anche Massimiliano Lussana, giornalista, che sul suo blog ha distinto nettamente le due questioni. Da una parte ha definito un errore la rimozione dello striscione, parlando però di un equivoco rapidamente risolto. Dall’altra ha rilanciato le perplessità di don Valentino Porcile, sacerdote ed educatore genovese, proprio sull’utilizzo degli asterischi da parte dei bambini.

“Cosa ci stanno a fare questi asterischi?”, ha chiesto Porcile. E soprattutto: “Cosa hanno spiegato di scrivere ai bambini?”. Il sacerdote, dopo aver precisato di condividere il messaggio secondo cui “nessuno è straniero”, ha posto il problema dei contenuti educativi associati a quella scelta linguistica. Ed è qui che la vicenda diventa più interessante della solita rissa politica.

Perché nessuno scandalo nasce dalla frase “Qui nessuno è straniero”. Il dibattito riguarda semmai la necessità di trasformare persino un messaggio elementare in un piccolo esercizio di ingegneria linguistica. Tanto più che sullo stesso striscione la frase compare anche in francese e spagnolo senza analoghe soluzioni grafiche.

Si può discutere per giorni di inclusione, identità e linguaggio. Ma resta un dato piuttosto curioso: a scuola, dove ai bambini si dovrebbe insegnare prima di tutto a leggere e scrivere correttamente, finiscono sui cartelloni parole che in italiano corretto semplicemente non esistono. L’asterisco non si pronuncia, non possiede un genere grammaticale alternativo e davanti a un testo destinato alla lettura ad alta voce diventa perfino un vicolo cieco.

Non è una questione di proibire qualcosa. Né di trasformare ogni cartellone scolastico in un caso nazionale. È però legittimo chiedere quale sia il confine tra educare al rispetto — obiettivo che difficilmente può essere contestato — e importare nelle classi formule linguistiche nate all’interno di un preciso dibattito culturale.

La polemica genovese ha finito così per andare ben oltre l’intervento degli agenti. Lo striscione è tornato al suo posto, come era giusto che fosse. Gli asterischi sono rimasti. E forse la domanda più semplice resta proprio quella avanzata in rete: ai bambini, esattamente, che cosa è stato spiegato? Per insegnare che nessuno è straniero, del resto, bastavano quattro parole. Tutte intere, senza intermezzi woke.