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Attualità

Giancarlo Aneri, l’uomo che imbottiglia amicizie

Da trent’anni acquista le uve migliori per fare Prosecco, Chianti e Amarone. Feltri: “Grazie a lui sono diventato intimo di Draghi e ho fatto pace con Montanelli”

Feltri, Aneri, Drgahi

Giancarlo Aneri compie trent’anni. Non lui, che ne ha parecchi di più e li porta con l’insolenza di un ragazzo, ma la sua azienda, nata a Legnago nel settembre del 1996, che porta il suo cognome in etichetta perché, chi lo conosce lo sa, l’uomo e la bottiglia sono la stessa cosa. Trent’anni dopo, verrebbe da dire con Dumas: il tempo della vendetta. Ma Giancarlo non ha mai avuto tempo per le vendette, troppo occupato a coltivare amicizie, che rendono di più e fanno meno male al fegato.

Lo conobbi che era già un personaggio assolutamente originale, e tale è rimasto. Veneto, non possidente di antichi poderi, non erede di blasoni con cantina annessa. Aveva fatto una cosa che nessuno prima di lui aveva saputo fare: portare lo spumante classico trentino, il Ferrari, sulle tavole più prestigiose del mondo. Poi si mise in proprio, e cominciò l’avventura commerciale e familiare che oggi festeggiamo. L’idea era semplice, cioè geniale: andare nei vigneti migliori, comprare l’uva, applicare la tecnica e produrre Chianti, Prosecco, Amarone con il proprio nome sull’etichetta. L’uva la sceglie lui, e si sente. Erano gli anni in cui il Prosecco non era ancora la punta di lancia del nostro export, ma un vino di gran successo e un po’ troppo andante. Giancarlo lo ha nobilitato, e con lui il resto. Il suo Amarone in magnum, strabiliante per cura e bontà, è finito sulla tavola del Papa, alla Casa Bianca, a Palazzo Chigi. Sostiene, e non ho motivo di dubitarne, che la Aneri sia una delle pochissime aziende al mondo ad aver fatto assaggiare il proprio vino a tutti i capi di Stato che contano degli ultimi trentacinque anni. Il merito, dice, è del coraggio di partire da Legnago e girare tutti

i Paesi del mondo con le bottiglie sotto il braccio. Glielo riconosco. Non gli riconosco molto altro, perché è vanitoso quanto me e non voglio viziarlo.

Ci conosciamo da quarantatré anni. Li ha contati lui, io non tengo la contabilità di niente. Quarantatré anni sono più di parecchi matrimoni, e senza avvocati. Dice che in questi quarantatré anni sono stato per lui «un riferimento positivo». Gli rispondo che il riferimento positivo è stato lui per me, e non è cortesia. La sua filosofia sta in una frase: «Quando conosci persone che si comportano bene l’una con l’altra, la vita va avanti sempre, e non si perde un amico». Non ne ho trovata una migliore, e ho cercato parecchio. Il suo metodo è la tavola. Fa sedere l’una accanto all’altra persone che non si sarebbero mai incontrate e le lascia parlare, versando. A quella tavola ho visto nascere amicizie, affari, qualche lite sanata al secondo bicchiere. È la sua forma di giornalismo, e temo sia più efficace della mia: io scrivo perché la gente litighi, lui versa perché faccia pace.

Ogni anno organizza il premio «È giornalismo», che fondò nel 1995 con Montanelli, Biagi e Bocca, tre che fra loro andavano d’accordo di rado e con lui sempre. Io l’ho ribattezzato «premio Stalin», e Giancarlo non se l’è mai presa, segno che il paragone in fondo lo lusinga. Il giorno del premio il ristorante diventa un salotto di dialoghi lievi e di conoscenze impensabili. Fu lì che, per merito suo, nacque la mia amicizia con Mario Draghi: il vino di Aneri fa miracoli perfino fra un banchiere e un giornalista.

C’è un episodio che gli lascio raccontare volentieri, perché è vero e perché riguarda i lettori di questo giornale. Nel 1994 ne presi la direzione, e Indro Montanelli, che

lo aveva fondato, se ne andò a fare La Voce. Intorno a me si sussurrava: con Montanelli è finita, lascia perdere. Dieci giorni dopo il mio arrivo, Giancarlo organizzò una cena da Santini, a Milano. Creò un’atmosfera bellissima, e non fu soltanto merito del vino. Ci trovammo, Indro e io, e fu un piacere vedere la stima che ci legava e, insieme, l’affetto. C’è ancora chi sostiene che non ci siamo mai riconciliati. Chi lo dice non c’era. Giancarlo c’era, ed è il testimone. Aggiunge, e lo riporto perché lo dice lui, che sarei l’unico giornalista che somiglia a Montanelli: non nella scrittura, io sono lombardo e lui era toscano e si sentiva, ma nella capacità di stare in sintonia con un mondo e con i suoi ideali senza paura di urticare il potente, compreso quello che ti paga lo stipendio. In quei mesi di guerra fra il Giornale e La Voce, Giancarlo comprava pagine di pubblicità su tutti e due. Non scelse, per non dover scegliere fra due amici.

Giancarlo sostiene che io, oltre a essere autorevole, faccia paura agli stronzi. Lo ringrazio per la prima parte. Della seconda vado più fiero. E conclude, in un impeto di affetto: «Per me Vittorio è un grande fratello. Nel senso buono, non quello dello spionaggio». Precisazione doverosa, di questi tempi.

Ecco la prova che a unire, più del vino, è chi lo beve con te. E quando chi lo versa e lo beve con te è una persona eccellente, e somiglia al suo vino, il paradiso esiste ed è quaggiù. A Legnago, per la precisione, da trent’anni. Auguri, Giancarlo. E stappa, che non abbiamo tempo da perdere: né tu né io.

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