Quando ero ancora praticante (sessualmente praticante, ho smesso da anni per noia), a una ragazza bastava chiedermi “di che segno sei?” per non avere più nessuna chance con me, non mi interessava neppure sapere dove volesse arrivare dopo, aveva già detto troppo. Se per capire qualcosa di me aveva bisogno della posizione convenzionale del Sole rispetto alle costellazioni nel giorno in cui ero nato, per me potevamo fermarci lì. Eppure evidentemente ero io a sottovalutare il settore e a sopravvalutare la conoscenza delle persone (quello che conoscono, non la conoscenza delle persone rispetto alle altre persone, di solito credono di conoscersi non conoscendosi mai oppure si conoscono e stanno bene insieme perché sono uguali, di due ne fanno mezzo).
In ogni caso l’astrologia è riuscita infatti in un’impresa notevole: sopravvivere a Copernico, Galileo, Newton, Einstein e perfino a tutto ciò che sappiamo dell’universo (sul questo pianetino disgraziato c’è ancora chi crede che la Luna non influenzi solo le maree, infatti è pieno di lunatici). Non solo è sopravvissuta: è diventata un ottimo affare. Il mercato globale dell’astrologia valeva 15 miliardi di dollari nel 2024 e dovrebbe arrivare a 19 miliardi entro il 2030 (leggo su Market Glass, Global Strategic Business Report pubblicato da Research and Markets, agosto 2026). Il rapporto comprende astrologia natale, medica, amorosa, vedica, online e offline, praticamente tutto tranne quella che ti dice che non esiste nessun rapporto tra astri e persone, non siamo sumeri (Burioni direbbe che però siamo somari).
Il Guardian è appena andato alla United Astrology Conference di Chicago, la più grande convention professionale di astrologi al mondo, circa 1.500 partecipanti riuniti a discutere di pianeti, case, transiti, anime e destini, con tanto di libri, corsi, associazioni, applicazioni e software proprietari, wow. Insomma, l’astrologia contemporanea ha ormai quasi tutto ciò che possiede una disciplina scientifica, compreso un mercato miliardario, tranne un piccolo particolare: la scienza. E in mezzo alle stelle è comparsa una nuova preoccupazione molto terrestre: l’intelligenza artificiale.
La tecnologia fino a ieri era stata benvenuta. Una volta l’astrologo doveva consultare effemeridi, calcolare posizioni planetarie e costruire a mano un tema natale, mentre oggi un software lo fa in pochi istanti. Solo che adesso è arrivata l’AI che fa anche l’interpretazione (che ci vuole) e gli astrologi cominciano a agitarsi (poverini). Al congresso di Chicago quasi tutti accettavano i software tradizionali, mentre sull’intelligenza artificiale compare il limite invalicabile: bisogna preservare, sostiene un seminario, la componente personale e spirituale del lavoro.
Gli astrologi (mi viene l’orticaria solo a scriverlo) spiegano astrologicamente perfino l’arrivo dell’intelligenza artificiale (sempre dopo, mai nessuno di questi del marketing dell’antico astrale e metafisico che preveda qualcosa prima) e il rischio per il loro “lavoro”: era inevitabile, perché Plutone è in Acquario e Urano nei Gemelli (almeno la Silicon Valley, quando licenzia qualcuno, parla di ristrutturazione aziendale, qui può licenziarti Urano).
Non siamo peraltro nel campo delle ipotesi futuristiche. Co-Star, una delle maggiori applicazioni astrologiche, che ha circa 4,3 milioni di utenti attivi mensili, usa già insieme AI e umani per produrre oroscopi, compatibilità e consigli personalizzati e è stata acquistata a luglio da Midjourney, il laboratorio di intelligenza artificiale conosciuto soprattutto per la generazione di immagini. L’AI quindi non sta arrivando nell’astrologia per comunicarle che è una pseudoscienza, si fa astrologa e sostituisce gli astrologi, nel panico (ah, ah).
La parte divertente e tragicomica: uno dei difetti noti dei modelli consumer è la cosiddetta sycophancy (la tendenza a compiacere l’utente, a adattarsi alle sue convinzioni), nell’aprile del 2025 OpenAI dovette addirittura ritirare un aggiornamento di GPT-4o siccome il modello era diventato eccessivamente accondiscendente.
AI e astrologia messe insieme diventano un caso limite perfetto: un’intelligenza artificiale dispone di una quantità sterminata di conoscenze sull’astronomia, l’astrofisica, la statistica, la psicologia cognitiva e il metodo scientifico, sa che l’astrologia è un’invenzione umana primitiva, ma non possiede convinzioni da difendere: se dunque l’utente vuole sapere che cosa gli riserva Venere, può trasformarsi senza alcuna crisi epistemologica nel più preparato astrologo mai esistito.
Un modello linguistico ha letto milioni di testi astrologici, conosce ogni simbolo, ogni archetipo, ogni combinazione tra segni, pianeti e case, può ricordarsi tutto quello che gli abbiamo raccontato di noi e produrre interpretazioni infinitamente personalizzate, non c’è astrologo che regga. L’effetto Barnum (la nostra tendenza a riconoscerci in descrizioni abbastanza generiche da andare bene quasi per chiunque) può diventare un effetto Barnum personalizzato con miliardi di parametri, ad personam, ancora più convincente.
Insomma, l’AI può interpretare un astrologo come può interpretare Amleto, Sherlock Holmes o un sacerdote azteco, il punto discriminante è se sappia mantenere il confine tra una simulazione e un’affermazione sul mondo reale. Se gli chiediamo per gioco “fammi l’oroscopo”, faccia pure, se invece gli chiediamo se sia meglio non operarsi martedì perché Marte entra in Cancro, una macchina progettata per aiutarci dovrebbe ricordarci che Marte non dispone di una laurea in medicina e sono tutte minchiate, non compiacerci.
La competenza dell’AI aumenta, mentre la gerarchia tra vero, falso, plausibile, immaginario e consolatorio per i singoli utenti di Claude o ChatGPT rischia di dissolversi (una macchina può conoscere tutta la storia della scienza e al contempo spiegarti per venti minuti l’influenza di Plutone sulla tua autostima perché hai chiesto Plutone invece di Karl Popper: ricordatevi, l’AI che usate è il vostro specchio).
Paradosso ancora più curioso negli Stati Uniti, dove dal 29 settembre Donald Trump ha ordinato alle agenzie dell’esecutivo federale di sostituire ufficialmente l’espressione “Artificial Intelligence” con “Super Intelligence” e la sigla AI con SI (sembra la carta fedeltà di un supermercato o una propaganda referendaria), perché secondo l’ordine presidenziale il nuovo nome rappresenterebbe meglio le capacità e le potenzialità raggiunte da questi sistemi (non che parli per forza a livello consumer, più strategico e geopolitico, però almeno il testo firmato da tutti i leader delle Big Tech, che conteneva l’errore “Unites States” potevano farlo rivedere da un’AI).
Benissimo, chiamiamola dunque superintelligenza, chiamiamola come ci pare, chiamiamola Genio della Lampada o Gino Piripozzi, e però allora forse possiamo pretendere qualcosa di più che una supercapacità di assecondarci. Una superintelligenza dovrebbe sapere non soltanto rispondere a qualsiasi domanda e distinguere quali premesse meritino di essere accettate, altrimenti arriviamo a un oggetto ancora più paradossale: conosce l’evoluzione, la relatività generale, padroneggia la meccanica celeste meglio di qualunque essere umano ma se le dici che sei dei Gemelli ti spiega perché questo mese devi stare attento alle relazioni (a proposito, il grande Stephen Hawking su chi guarda gli oroscopi: “perché allora guardate anche a destra e sinistra quando attraversate la strada se credete nel vostro oroscopo?). La superintelligenza rischia così di diventare il super psicofante definitivo: sa tutto, purché tu non le chieda di contraddirti (in realtà puoi farlo, e sa fare anche quello, ma le persone odiano essere contraddette).
Quanto a me, nel frattempo ho anche smesso di essere sessualmente praticante, quindi il vecchio criterio di selezione si è allargato democraticamente. Adesso non serve più essere una ragazza con qualche chance con me, basta che una persona mi chieda “di che segno sei?” perché non abbia più nessuna chance di restare nella mia vita.
