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Attualità

Guccini e l’eredità “avvelenata”: tutto alla moglie, i diritti alla figlia

Aperto il secondo testamento del cantautore: a Teresa il 50% delle royalties

Conteso Francesco Guccini è morto lo scorso 6 agosto

Francesco Guccini ha passato la vita a raccontarci che il mondo era ingiusto. Poi, da morto, ha lasciato che fosse il notaio a stabilire quanto. Una piccola, irresistibile vendetta della realtà sulla mitologia. Guccini era il Maestrone, il menestrello delle osterie e delle barricate, degli ultimi, delle locomotive e delle ragazze perdute. Uno che aveva fatto della poesia civile un mestiere e del disincanto la sua eleganza. Eppure nemmeno lui ha trovato, per l’ultimo atto, una soluzione poetica: c’è una casa, ce n’è un’altra, ci sono le quote di una società, ci sono i diritti d’autore e c’è un’erede universale. La seconda moglie, Raffaella Zuccari, eredita il patrimonio comprese le due case simboliche di via Paolo Fabbri 43 (che ha dato il titolo a uno degli album più famosi di Guccini) e Pavana. Alla figlia Teresa va la società Limentra e metà dei diritti d’autore, l’altra metà resta alla moglie come da disposizioni contenute nell’ultimo testamento pubblico di Francesco Guccini, redatto il 19 gennaio 2022 davanti al notaio bolognese Luigi Stame e registrato martedì, a poco più di un mese dalla morte del cantautore avvenuta il 6 agosto 2026 a Sambuca Pistoiese. E questo secondo testamento revoca il primo stilato il 17 dicembre 2015 davanti al notaio Lorenzo Luca. Alla figlia Teresa il cantautore ha lasciato anche la chitarra Trameleluc, un anello d’oro di suo padre e l’orologio Leonardo da Vinci con la raccomandazione di «Spostare le lancette dell’orologio soltanto in avanti». Insomma, anche la poesia ha il suo cinquanta per cento. E qui comincia la parte che ci riguarda più di Guccini. Noi vorremmo che un uomo come lui morisse lasciando un testamento all’altezza delle sue canzoni. E dell’uomo che ci siamo immaginati ascoltandole. Vorremmo una clausola finale contro le beghe prosaiche. Ci disturba scoprire che il poeta, una volta tolta la chitarra, aveva anche una casa. Chiediamo agli artisti, e in generale agli uomini che abbiamo idealizzato, di essere all’altezza di loro stessi, di essere coerenti nell’intimità della morte. Come se chi ha cantato gli ideali dovesse morire e andarsene in chissà che modo per non deluderci. E poi c’è un poi: la moglie aveva quarantadue anni quando Guccini, a settanta, la sposò. Una differenza d’età che in vita apparteneva al territorio inviolabile delle scelte private. Dopo la morte diventa una variabile dell’asse ereditario. È uno dei miracoli del denaro: riesce a trasformare persino l’età in un argomento. E ogni tanto trasforma anche i rapporti.

Senza sapere nulla, sarebbe troppo facile fare di Raffaella la giovane vedova e di Teresa la figlia da tutelare (pare sia uscita contrariata dalla lettura del documento). Il testamento divide beni diversi, non affetti. E il fatto che Guccini ne abbia redatto uno è quasi una lezione politica: il grande narratore dei perdenti, arrivato all’ultima pagina, non ha abolito la proprietà privata. La poesia finisce dove comincia il catasto e la rivoluzione si ferma davanti al notaio. Giusto così. Per quanti mezzi e parole abbia un uomo per descriversi, alla fine, c’è sempre una donna a definirlo: la donna che si sceglie. C’è solo da sperare che abbia consegnato la propria narrazione nelle mani giuste.

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