Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 10:38
Attualità

Il giorno del cane

Oggi si festeggia il miglior amico dell’uomo. È sufficiente osservarlo per capire perché “animale” deriva da “anima”, alito divino

Cani

Oggi, 26 agosto, si festeggia il cane. Il cane e basta: non quello da guardia, da caccia, da salotto. Il cane. E festeggiare vuol dire anche sostenere, cioè smetterla di trattare i cani da cani, secondo una regola che ci arriva da Oriente, dalla Cina di Mao: bastonare il cane che affoga. Allora mettiamo in fila i propositi che questa giornata ci consegna. Primo: chi ha un cane lo tenga, e d’estate non lo lasci sul bordo dell’autostrada come un sacco dell’immondizia. Secondo: chi non ce l’ha vada al canile, dove ne aspettano a migliaia, e ne porti a casa uno. Terzo: chi lo incontra per strada lo rispetti, perché Attenti al cane è un cartello sacrosanto, ma nessuno appende Attenti all’uomo sul cancello, ed è l’uomo che morde di più. Quarto, e ci arrivo: ricambiare la fedeltà, l’unica cosa che il cane chiede.

Confesso: Papa Francesco mi è stato simpatico, parlava chiaro. Ma quando contrapponeva i cani ai bambini, rimproverando a queste bestie di occupare il posto lasciato vuoto dalle culle, mi ha ferito, e lo dico a nome di chi non può rispondere. Il surrogato non se lo sono inventato i cani: glielo hanno assegnato madri e padri mancati, e loro hanno accettato l’incarico senza chiedere spiegazioni. Chi ama i cani ama i bambini, è inevitabile. Quando abitavo in campagna ero circondato dagli uni e dagli altri, e se c’è una creatura che mi fa pensare che animale deriva da anima, da alito divino, è il cane.

Per questo la giornata dell’Onu mi trova per una volta d’accordo. Ne fanno troppe, di feste; temo che porteranno i giorni dell’anno a mille pur di trovare posto alla solennità dell’acciuga. E l’Unesco ha decretato così tanti patrimoni dell’umanità che reclamizzerei volentieri una località dicendo che è vergine dai toccamenti dell’Unesco. Ma i cani, loro sì, sono patrimonio dell’umanità. Senza targa. Lassie, Rin Tin Tin e Rex hanno insegnato la fedeltà a generazioni. Ricambiarla si può. Ho in mente Umberto D., il pensionato di De Sica che ha perso tutto tranne un bastardino e che, quando decide di farla finita sotto un treno, viene strappato via dai binari proprio dal cane. E penso alla Colombia, dove la storia ha fatto il giro completo. Tre anni fa quattro bambini dispersi nella giungla dopo un incidente aereo furono ritrovati vivi grazie a un cane dell’esercito, Wilson, che poi si perse a sua volta e nessuno ha più rivisto. La settimana scorsa, nel terremoto che ha ucciso quasi trecento persone, a Cali. Una giovane avvocata, Lenny Fernandez, è morta sotto il palazzo crollato con Salomon stretto al petto, un cane di dodici anni, cieco. Lei è rimasta schiacciata, lui è vivo. La cognata lo ha portato davanti alla bara perché potesse salutarla. Un cane ha dato la vita per dei bambini, una donna ha dato la vita per un cane. Qualcuno lo spieghi a chi li contrappone. Ha fatto bene, in agosto, il Lidl di Licata, dove sei randagi si sono sdraiati nell’androne con l’aria condizionata e nessuno li ha cacciati; i clienti portavano acqua e cibo. Lì il canile non c’è. Il supermercato sì.

Accanto a noi, però, non travestiti da noi. In Corea del Sud ne macellavano un milione l’anno per farne zuppa, e il divieto scatterà solo nel febbraio 2027. Intanto a Seul il ristorante Patted serve ai cani croissant di pasta di riso, cappuccino senza lattosio e spaghetti aglio e olio, da una cucina separata: presunte leccornie, senza chiedere il parere degli interessati. E li fanno partecipare ai funerali nella parte del caro estinto: bara solenne, cremazione, ceneri sparse, perfino un anello-ricordo per il padrone in lutto. Cosa troppo umana per essere gradita a un cane. Che non vuole la bara: vuole essere ricordato.

Ma soprattutto Argo. Ulisse torna a Itaca dopo vent’anni vestito da mendicante e nessuno lo riconosce. Solo il cane, vecchio, malato, buttato sul letame davanti alla porta. Alza la testa, muove le orecchie, non ha la forza di alzarsi. Ulisse non lo tocca (i dotti litigano da secoli se dovesse), si asciuga una lacrima di nascosto e passa oltre. Argo lo ha visto, ha aspettato vent’anni per questo, e muore. Non pretende nulla, ricorda. È fedele. Mi porto dietro il suo ricordo da sempre. E mi tormenta. Forse per questo sono più vicino ai gatti, protettori della mia infedeltà. Loro pretendono meglio di me di essere felici.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.