Il latte versato sull’asfalto al casello di Nola sembra uscito da un romanzo. Per la precisione, da un romanzo di Michel Houellebecq. In Serotonina (Nave di Teseo, 2019), uno dei protagonisti è un allevatore normanno rovinato dalle quote latte e dalla grande distribuzione. Guida un blocco stradale di agricoltori. Il primo atto della protesta, nel romanzo, consiste nel versare il latte sulla carreggiata. A Houellebecq fu attribuito il titolo di profeta. Poco dopo l’uscita del libro, infatti, iniziò il fenomeno dei «gilet gialli». Da giorni, nel Sud italiano, assistiamo a scene del genere, molto meno crude, per fortuna. Camionisti e agricoltori presidiano strade e svincoli dalla Puglia alla Sicilia, contro il prezzo del gasolio. Il detonatore è lo stesso dei «gilet gialli»: il prezzo del carburante. A differenza del romanzo, però, c’è in corso una guerra. Da febbraio il conflitto con l’Iran ha paralizzato lo Stretto di Hormuz, da cui transita molto gasolio consumato in Italia. Oggi il prezzo del pieno a Lamezia si decide in un braccio di mare largo una quarantina di chilometri, tra missili di ribelli e petroliere ferme. Il nemico si è allontanato fino a diventare invisibile, e il risentimento non sa a chi rivolgersi se non al governo più vicino. Houellebecq ha comunque capito quali fratture hanno generato la protesta. La prima separa le città, dove si lavora davanti a uno schermo, dalle province, dove senza un motore non si va da nessuna parte. La seconda divide chi produce e trasporta beni materiali da chi scrive le regole del commercio. La terza è il solco scavato tra piccoli imprenditori locali e grandi aziende globali. La guerra non ha creato queste fratture. Le ha soltanto rese più care e drammatiche.
