C’è una dignità nel vivere e una dignità nel morire. La prima è semplice nella sua complessità: è definita dal nostro stile, dalle nostre esperienze, dalle capacità di rispetto di se stessi e degli altri. E si potrebbe andare avanti a enunciare quali sensibilità e quali comportamenti ci portino a vivere la vita con dignità: sono tutti più o meno importanti, tutti più o meno evidenti nella loro funzione. Ma la dignità del morire? Già il concetto suona strano, presenta una sua contraddizione: alla morte ci si arriva vivendo, e la consapevolezza più prossima alla morte si ha in una forma particolare di vita: la malattia. Allora, la dignità del morire incomincia e finisce nel modo in cui si vive con dignità la malattia. Per chi è credente, la vita è un dono di Dio, e noi non ne siamo padroni. Ma se la vita è davvero un dono, ciò che viene donato non appartiene più al donatore, e quale uso sarà fatto del dono da chi lo riceve, non può essere stabilito dal donatore. Il dono è autentico quando il donatore non pretende di possedere il destinatario attraverso ciò che dona.
Questa considerazione è trasferibile in una visione laica della vita, ormai governata dalla tecnologia. I «macchinari» che tengono in vita una persona quando la vita non ha più la sufficienza per rimanere vita senza di essi, non sono forse un dono tecnologico dato al malato da scienziati e ingegneri che hanno inventato e realizzato quel dono? In tante circostanze quei macchinari sono un grande dono che ci allevia sofferenze, che ci consente di continuare a vivere decentemente la malattia. La vita rimane precaria, ma quei macchinari offrono ancora una piccola speranza di futuro.
Il dono della scienza è un dono per la vita. Ma se quel dono diventa ricattatorio perché pretende di controllare il suo destinatario sofferente in modo irreversibile, non si tratta più di un dono ma di un potere contro la libertà di vivere con dignità la morte.
