Fanno i primi della classe, a Milano, anche se in classe si parla solo arabo. Si ridiscute di quote nelle scuole, ma all’elementare Radice di via Paravia (San Siro) non c’è un tetto per gli stranieri e neanche un tetto per gli italiani, siamo al tetto per gli stranieri non arabi. Il dato è di pochi mesi fa: l’ucraino Lev, 8 anni, scappato dalla guerra, aveva 13 compagni arabofoni (lui parla italiano) che non gli rivolgevano la parola: lo ignoravano e basta, senza cattiveria. La madre ci raccontò (marzo scorso) che in terza usavano i libri di seconda, e che le chat dei genitori erano in arabo, i fogli in bacheca (visti coi nostri occhi) erano in arabo, e insomma che l’isolamento riguardava gli alunni d’origine straniera che non parlavano arabo. In via Paravia, in marzo, c’era il 100 per 100 di stranieri (d’origine, sì) però «tutti nati in Italia», precisava la preside. Altre scuole? Quote dell’80 per cento ad Affori e Comasina e del 70% in via Dolci.
Le famiglie arabofone, attorno a via Paravia, sono il 60-70 per cento. Le cronache milanesi dei giornaloni intanto negavano l’evidenza: descrivevano romeni e sudamericani e cinesi, ma alle insegnanti con cui abbiamo parlato non risultavano. La preside tranquillizzava: «Non ci sono problemi linguistici, i bambini parlano tutti l’italiano», «scuola-ghetto è solo uno stereotipo», le quote sono «impraticabili». Le domande di sempre: gli italiani se ne vanno? Temono ritardi nei programmi? «Non è così», assicurava. Aveva ragione, non sono ghetti per stranieri: sono ghetti per arabi. Ma un risultato l’abbiamo ottenuto: nel documento di offerta formativa del Calasanzio (quattro scuole compresa via Paravia) quest’anno si riconosce che «una limitata conoscenza della lingua italiana talvolta è d’ostacolo al conseguimento dei traguardi». Talvolta. Siamo fermi al finale di un articolo di Repubblica di due anni fa: «Quando chiediamo ai ragazzi cosa vogliono fare da grandi, molti rispondono: i soldi».
E’ un chiaro segno di integrazione.
