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Attualità

Professori a scuola: “Diciamo no ai cattivi maestri”

“Quando ho spiegato loro che è reato scagliare un oggetto contro qualcosa o qualcuno è intervenuta una ragazza, ci ha detto che sua zia ha una pasticceria a Milano, quindi ho chiesto se dietro quella vetrina ci foste stati voi?”

Troppe assenze: 17enne bocciata. Ma è in coma

Gli scontri violenti del 17 e 18 ottobre sono diventati materia da sviscerare in classe. È successo all’istituto professionale Ciofs-Fp di Cinisello Balsamo il giorno prima del nuovo (possibile) raduno di studenti. «Insegno Orientamento e Italiano a ragazzi che studiano per diventare pasticceri, cuochi o addetti alle imprese - ha detto Alessandra Vergani - Abbiamo letto in classe il nuovo decreto sicurezza. Ho mostrato la protesta non violenta di Selma (la rivolta di Martin Luther King per i diritti civili) e l’abbiamo confrontata con quelle milanesi. Non è volata una mosca, ho fatto leva sul senso di ingiustizia che molti di loro, ragazzini di seconda generazione, avvertono: è una sensazione buona perchè può portare a sviluppare qualcosa di grande. C’è una bella canzone dei Pinguini Tattici, «Titoli di coda», che dice il talento deve avere il vento contro. Il fine è arrivare a mostrare indignazione nel rispetto delle regole della comunità. Ecco perchè la scuola è importante, permette di imparare una lingua che ci fa uguali, ed è in questi anni che si può apprendere ad avere la voce. Quando ho spiegato loro che è reato scagliare un oggetto contro qualcosa o qualcuno è intervenuta una ragazza, ci ha detto che sua zia ha una pasticceria a Milano, quindi ho chiesto se dietro quella vetrina ci foste stati voi?. Poi, per una questione di tutela e visto che sono molto giovani, li ho invitati a condividere con i genitori i loro propositi di manifestare». Monica Carminati, insegna Italiano e Geostoria allo stesso professionale di Cinisello e segue le classi dei più grandi (17-18enni): «Ho fatto ragionare le mie classi sul confine che c’è tra l’esercizio della propria libertà e quella degli altri: se vado in piazza per una buona causa non ho il diritto di spaccare i beni altrui o pubblici. La maggior parte ha espresso rassegnazione non vado in piazza perchè tanto non serve a niente. Insisto spesso sul loro senso critico, li invito a indagare da dove nasce l’idea che si sono fatti, le informazioni parcellizzate che arrivano dai social non sono conoscenza e un vero pensiero nasce da questa. Purtroppo molti sono immersi in un mondo violento, c’è violenza nel modo di porsi e di parlare, è diventata quasi una modalità di relazionarsi...».

Saverio Mario Tassi ha insegnato Filosofia al liceo Einstein fino a pochi anni fa e di proteste se ne intende. Venne «sgomberato» dalla Digos per aver occupato le aule durante il lockdown «le classi erano vuote, si doveva far lezione online e in segno di protesta ci restai la notte». Poi, dopo lo sgombero, si sistemò in una tenda davanti all’ingresso: «Contestavo il fatto che, a lockdown terminato, la scuola fosse aperta per alcuni e non per tutti (per entrare ci voleva il green pass rafforzato). Il diritto a manifestare è sacrosanto ma l’azione di protesta deve essere coerente, pacifica, non sono ammessi slogan violenti. Non solo non è ammissibile saltare sui tetti delle auto dei carabinieri o lanciare bombe: il messaggio contraddittorio nuoce alla causa, se sono contrario alla guerra non posso distruggere. Dico che oggi per salvaguardare questo diritto si potrebbero trovare vie alternative. Gli studenti serbi hanno racimolato voti andando casa per casa, si potrebbero fare dei flash mob, contattare i passanti, se la protesta è fantasiosa ottiene più effetto.

Mauro Zeni è preside del liceo Tenca ed è convinto che «chi ha a cuore i giovani ha a cuore la loro intelligenza. A me non interessa che gli studenti la pensino come la penso io, mi interessa che pensino. Stento a vedere un vero pensiero che non sia quello del conflitto fra bande. Compito di ogni educatore è coltivare l’intelligenza dei ragazzi. Agli studenti dico attenti a chi usa la vostra azione nobile per la propria causa, ognuno è responsabile di ciò che fa».