Alessandro Di Battista sta tornando in Italia dopo le settimane trascorse a Cuba, dove era stato ricoverato in seguito a un malore e successivamente sottoposto a un intervento chirurgico. Il rientro, inizialmente previsto per il 4 settembre, era stato rinviato dopo un peggioramento delle sue condizioni. Ora l’ex deputato del Movimento 5 Stelle viaggia con un volo sanitario, per il quale sono previste tappe tecniche e una quota inferiore rispetto a quella abituale dei voli di linea. La scelta della quota non è un dettaglio organizzativo. In alcune condizioni cliniche, infatti, una variazione della pressione atmosferica può rappresentare un rischio, soprattutto dopo particolarii interventi chirurgici.
Cosa succede quando l’aereo sale di quota
Un normale aereo di linea vola a circa 10-12mila metri. La cabina viene però pressurizzata e mantiene una pressione equivalente, in genere, a quella presente tra 1.500 e 2.400 metri di altitudine. Per una persona sana è una condizione che l’organismo riesce normalmente a compensare. Il problema può nascere quando nel corpo è presente aria che non comunica liberamente con l’esterno. A spiegarlo è la legge di Boyle; quando la pressione diminuisce, il volume di un gas aumenta. “Quando in aereo distribuiscono i biscotti, spesso la confezione è leggermente gonfia”, spiega Luca Carenzo, anestesista rianimatore all’Irccs Humanitas di Rozzano e medico di London’s Air Ambulance, intervistato da Repubblica. “È quello che succede nel nostro corpo. Normalmente non abbiamo aria libera: quella nei polmoni si adatta perché è in comunicazione con l’esterno. Il guaio è quando l’aria libera c’è, come nello pneumotorace”.
Il rischio dopo un intervento al cervello
Il fenomeno assume particolare importanza dopo un intervento neurochirurgico. Può infatti rimanere una certa quantità di aria all’interno del cranio, una condizione chiamata pneumocefalo. “Dopo un intervento all’encefalo può restare uno pneumocefalo anche solo come residuo della chirurgia: una cosa normalissima”, spiega Carenzo. Ma durante la salita la situazione può cambiare: “Salendo in quota si dilata e può andare a comprimere le strutture del cervello”. Il cranio è una struttura rigida e non può espandersi per fare spazio a un volume maggiore di aria. In condizioni particolari, quindi, l’aumento del gas può determinare un incremento della pressione intracranica e arrivare a uno pneumocefalo iperteso. C’è poi un secondo elemento; l’ossigeno. La sua percentuale nell’aria resta intorno al 21%, ma a una pressione atmosferica inferiore diminuisce la pressione parziale dell’ossigeno disponibile per l’organismo. Per un cervello appena operato può essere un ulteriore fattore di stress.
Perché si sceglie una quota più bassa
Abbassare l’altitudine consente di mantenere nella cabina una pressione più vicina a quella del livello del mare, limitando l’espansione dell’eventuale aria presente nell’organismo e riducendo gli effetti della minore pressione dell’ossigeno. Dal punto di vista aeronautico, però, è una soluzione più complessa. “Volare con la cabina a livello del mare è molto penalizzante dal punto di vista aeronautico”, osserva Carenzo. Il principale svantaggio riguarda il consumo di carburante. “I motori a turbina rendono molto meglio in quota: volare a 20mila piedi anziché a 40mila aumenta i consumi”. Su una tratta lunga questo può rendere necessari uno o più rifornimenti. “Magari l’aereo potrebbe fare il volo diretto, ma se chiedo la cabina a livello del mare le prestazioni si riducono e serve più carburante. Gli scali sono una necessità dettata dalla scelta clinica”, spiega il medico.
Come funziona un volo sanitario
Un volo sanitario permette di trasferire un paziente che necessita di assistenza durante il viaggio. Le aeroambulanze possono essere dotate di barella, apparecchiature per il monitoraggio e il supporto delle funzioni vitali e personale sanitario specializzato. In altri casi, quando le condizioni lo consentono, il trasferimento può avvenire su un volo di linea con assistenza medica oppure con velivoli di Stato. Prima della partenza viene valutata la possibilità di affrontare il trasferimento attraverso il cosiddetto certificato “fit to fly”, che attesta la compatibilità delle condizioni del paziente con il viaggio aereo.
Quando volare può essere rischioso
La questione non riguarda soltanto chi ha subito un intervento al cervello. Anche lo pneumotorace può diventare problematico, perché l’aria presente nella cavità toracica tende a espandersi con la diminuzione della pressione. Una valutazione medica è inoltre necessaria dopo alcuni interventi all’addome o agli occhi, soprattutto se durante l’operazione è stato utilizzato del gas. Anche alcune patologie cardiache o respiratorie, l’anemia e una storia recente di trombosi possono ridurre la capacità dell’organismo di compensare le condizioni del viaggio. Per chi è sano, invece, la pressione della cabina viene generalmente tollerata senza difficoltà. Nei voli lunghi possono comparire stanchezza, mal di testa, disidratazione e gonfiore alle gambe; durante la discesa, deglutire o sbadigliare aiuta a compensare la pressione nelle orecchie. La bassa quota prevista per un volo sanitario come quello che sta riportando Di Battista in Italia, va quindi interpretata soprattutto come una misura di sicurezza: quando le condizioni cliniche lo richiedono, anche la pressione dell’aria diventa un parametro da tenere sotto controllo.
