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Attualità

Rinnegarsi non significa annullarsi ma essere liberi

Chi si annulla non diventa libero, diventa assente. Chi invece impara a collocarsi davanti a se stesso guadagna una distanza minima e decisiva, quella che permette di guardarsi senza essere subito d’accordo con ciò che si prova

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C’ è una frase del Vangelo che quasi tutti conoscono e che quasi tutti fraintendono: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Nell’immaginario comune quel «rinnegare» suona come un invito all’annullamento. Come se il cristianesimo consistesse nel farsi piccoli fino a scomparire, nel diffidare dei propri desideri, nel considerare sospetto tutto ciò che siamo. Da questo equivoco è nata una religiosità triste, fatta di persone che non si vogliono bene e che chiamano virtù la propria incapacità di esistere. Ma il verbo che Matteo usa qui è lo stesso che il suo Vangelo adopera poco più avanti per il rinnegamento di Pietro nel cortile del sommo sacerdote (Mt 26,34.75). Rinnegare, in quelle pagine, non significa distruggere qualcuno: significa non riconoscerlo come proprio, prendere le distanze, dire «io non c’entro con lui». Pietro lo fa nel modo sbagliato, nei confronti di Gesù. Gesù chiede ai suoi di imparare a farlo nel modo giusto, nei confronti di se stessi. Non annullarsi, dunque, ma smettere di coincidere automaticamente con ogni proprio impulso. La differenza non è sottile. Chi si annulla non diventa libero, diventa assente. Chi invece impara a collocarsi davanti a se stesso guadagna una distanza minima e decisiva, quella che permette di guardarsi senza essere subito d’accordo con ciò che si prova. San Tommaso aveva fissato il principio con una formula che vale come antidoto a ogni spiritualità dell’autodistruzione: «Gratia non tollit naturam, sed perficit», la grazia non elimina la natura, ma la porta a compimento. Il segno concreto di questa distanza è la capacità di dirsi dei no. Non i no del rigorismo, che servono a punirsi, ma i no di chi ha scelto qualcosa e proprio per questo può rinunciare al resto. Chi non sa dirsi mai di no non è abbastanza libero da poter prendere sul serio un percorso spirituale, perché è già occupato: obbedisce all’ultimo desiderio arrivato e chiama libertà questa obbedienza. Kierkegaard intitolò uno dei suoi discorsi edificanti «La purezza del cuore è volere una cosa sola».Ogni no serio nasce sempre da un sì più grande.Basta guardare la vita ordinaria. Diciamo di sì a tutto, a ogni richiesta, a ogni notifica, a ogni occasione, e poi ci lamentiamo di non avere tempo. Non è mancanza di tempo, è mancanza di no. Per questo Gesù aggiunge subito la promessa: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,25). Non è l’elogio della perdita, è la descrizione di un guadagno.Rinnegare se stessi, allora, non è odiarsi: è smettere di essere sudditi di se stessi. È quella libertà interiore per cui non sono più costretto a fare ciò che sento, e proprio per questo posso finalmente fare ciò che voglio davvero. Agostino lo aveva scritto all’inizio delle Confessioni: «Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». Il cuore inquieto non va spento, va orientato. Chi non compie questo passaggio può restare devotissimo e insieme ingovernabile. E una vita che non si sa governare non si sa nemmeno donare.

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