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Attualità

Tre anni, 60 anni, 80 anni. Che confusione con il “genocidio”

La teoria fa acqua, a partire dalla datazione. “Lento”, “incrementale”, “a bassa intensità”, tutte le strane formule usate per rappresentare come “sterminio” una serie di guerre che Israele ha subìto e vinto

Dal turismo agli affitti: pro Pal a caccia degli israeliani in Italia

Tra mille dubbi e incongruenze, la teoria del genocidio ha un grosso problema di tempi: la datazione. Che ci sia (stato) pare ormai un atto di fede, ma in realtà pro Pal e sinistra non sanno bene quando piazzarlo, questo presunto genocidio, questo nuovo sterminio.

Tre anni di genocidio, 60 anni di genocidio, 80 anni di genocidio. Da quando non c’è più il Pcus, evidentemente, ognuno fa di testa sua e il risultato è una confusione terribile sull’inizio e l’ipotetica fine di questo sterminio. E un dogma ideologico che si rispetti, non ammetterebbe che certezze.

Intanto, nonostante il cessate il fuoco di un anno fa, i fautori del genocidio sostengono che sarebbe ancora in corso, ma “a bassa intensità” - formula davvero curiosa - e alcuni – vedi le manifestazioni in programma nei prossimi giorni - affermano che finirà solo “con la fine del sionismo”, cioè di Israele.

Attenzione, non con la fine della guerra, in effetti drammatica, o con la futura nascita dello Stato arabo palestinese. No, finirebbe con la fine dello Stato ebraico.

Dunque il fantomatico “genocidio” coinciderebbe con la presenza di uno Stato degli ebrei in Palestina. Quindi sarebbe iniziato nel 1948, con la fondazione di Israele e con la prima guerra arabo-israeliana, che però fu innescata dagli Stati arabi: la scatenarono e la persero, come del resto tutte le altre.

Sfogliando l’archivio storico dell’Unità, si trova un “genocidio” collocato al 1982, ai tempi della guerra in Libano. Tempi in cui la destra israeliana era arrivata al governo: “cattivi” al quadrato dunque.

Altri però fanno coincidere l’inizio del genocidio con la guerra dei sei giorni, 1967. Allora, peraltro, Israele era a tutti i livelli in mano ai laburisti: presidente della Repubblica, governo ed esercito. Militarmente, guidarono il Paese alla vittoria il ministro Moshe Dayan e il capo di Stato maggiore Yitzhak Rabin, poi premier. Ciò nonostante, la propaganda sovietica prese a raffigurare gli israeliani come i nuovi nazisti: vedere per credere la Pravda di quei giorni, che raffigura lo stesso Dayan come un novello Hitler, con la Stella di David al posto della svastica (ricorda qualcosa?). Comunque, sarebbero 60 anni.

Oggi pro Pal e antagonisti, per oscurare la commemorazione del 7 ottobre, parlano di “tre anni di genocidio”. Che sarebbe dunque iniziato nel 2023, subito dopo l’atroce attacco di Hamas.

Qualcuno invece preferisce retrodatare il genocidio al 1936, anni della rivolta araba. Guarda caso il genocidio di Israele coincide sempre con qualche guerra o attacco o rivolta della controparte.

Questo strano genocidio quindi accelera, rallenta, si allunga e si accorcia, come un elastico, o una fisarmonica per spiegare e giustificare tutto. Troppo.

Tornando all’Unità, la titolazione di un articolo del 2010 parlava di “lento genocidio”. Lento, sì. Genocidio “incrementale”, genocidio “a lungo rilascio”: si è letto di tutto. Drammi e crisi umanitarie sono incontestabili, anche se addebitabili ad Hamas prima che a Israele, ma una certezza demografica c’è: in questi 60, 80 o 90 anni di presunto genocidio, nella striscia di Gaza – definita spesso un “campo di concentramento a cielo aperto” - la popolazione è cresciuta esponenzialmente. E anche gli arabi in Israele sono aumentati di numero. E hanno anche prosperato e conquistato posizioni di grande rilievo in ogni ambito.

Gli ebrei in Europa erano più di 9 milioni prima della Shoah. Dopo, se ne contavano tre. E la popolazione ebraica mondiale non ha più raggiunto i livelli numeri del 1939.

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