Autobomba palestinese contro i palestinesi

Il comitato di resistenza punta il dito contro le forze di sicurezza. Abu Mazen: «Ma noi vogliamo la pace»

Luciano Gulli

nostro inviato a Ramallah

«Hanno attaccato a Gaza. Gli israeliani hanno ammazzato con un razzo Abu Yusef Abu Quqa. Sì, proprio lui. Il capo dei Comitati di resistenza popolare».
Questa era la voce che correva ieri, al culmine della mattinata, fra i banchi del mercato che si allarga intorno alla grande moschea di Ramallah. Qualcuno deve averlo detto al predicatore che da pochi minuti aveva cominciato la sua predica del venerdì contro «gli americani affamatori e i loro lacchè di Gerusalemme». Così, da sterminato che doveva essere (è nella tradizione) il sermone si è fatto percussivo, alluvionale, tracimando fino ai cuori dei «figli della lupa» di Hamas che aspettavano incolonnati all'esterno della moschea - jeans neri, camicia bianca, fascia verde sulla fronte - in attesa di muovere, i tamburini in testa, fino alla piazza dei Leoni per l'annunciato comizio delle 13.
Ci sono volute due ore, due ore durante le quali la rabbia popolare si vedeva pulsare nelle tempie dei partecipanti al comizio, fitto di slogan contro l'Occidente «che vuole prenderci per fame», per capire che non era vero niente. Che gli israeliani, stavolta, non c'entravano. Che non un razzo, ma un'automobile imbottita di tritolo era esplosa al passaggio del miliziano, ritenuto la mente di molti attentati suicidi. E che l'omicidio mirato di Gaza era un affare tutto interno alla lobby del terrore che neppure il nuovo governo di Hamas sembra in grado di contenere.
Il primo ministro Ismail Haniyeh ha disposto un'inchiesta, affidandola al ministro degli Interni Saeed Seyam. Ma anche questo non è bastato a placare gli animi dei seguaci di Abu Quqa che accusano le forze di sicurezza palestinesi di avere collaborato con Israele nella messa a punto dell'attentato. L'ira degli «orfani» di Abu Quqa (gente specializzata prevalentemente nel lancio di razzi contro Israele) è esplosa al funerale del capo. Dagli insulti alle raffiche di mitra il passo è stato breve. Risultato: 3 morti e 15 feriti tra militanti di opposte fazioni.
«Ci avevano provato già altre volte, ad ammazzarlo», accusa ora Abu Abir, il portavoce dei Comitati, puntando il dito contro il vertice delle Forze di sicurezza preventiva. E rivela: «Giovedì, alcuni elementi delle forze di sicurezza erano stati visti intorno a alla casa di Abu Quqa. Lo spiavano».
Convinto che ci sia lo zampino di Israele (che nega) dietro l'omicidio è il ministro degli Esteri di Hamas(a prescindere dalle indagini), il lineadurista Mahmud Zahar. Scavalcando il premier (il che la dice lunga anche sui rapporti interni alla nuova compagine governativa, spaccata tra possibilisti e oltranzisti) Zahar accusa apertamente Israele. «La loro aggressione non si ferma - ha detto -. Dunque vuol dire che la nostra resistenza proseguirà».
L'esplosione di Gaza, e l'innalzamento della tensione fra le bande, proprio ora che l'America e l'Europa minacciano concretamente di chiudere i rubinetti dei finanziamenti all'Autorità palestinese, fa seguito all'attentato dell'altra sera nella colonia ebraica di Kedumim. Ahmed Masharka, il kamikaze travestito da ebreo ortodosso che era riuscito a farsi dare un passaggio in auto da quattro coloni, facendosi poi esplodere insieme con loro, era fino al febbraio scorso in carcere a Gerico. Poi, per intervento dell'Autorità palestinese, era stato rimesso in libertà. Di qui l'imbarazzo del presidente Abu Mazen, che dal Sud Africa, dov'è in visita, ha condannato l'attentato ricordando che «noi, come Anp, vogliamo vivere in pace, gli uni accanto agli altri, con Israele». Non allo stesso modo la pensa il neo ministro dell'Informazione eletto nelle fila di Hamas, Yusef Rizka. «L'occupazione è all'origine di queste operazioni-martirio. Il problema non è condannare o appoggiare queste iniziative. E' l'occupazione che ci obbliga a difenderci», ha detto stringendosi nelle spalle.

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