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A Pietrafitta il data center “sartoriale”

Il Parco dell’Innovazione sorgerà nell’area dell’ex centrale termoelettrica umbra. Ideato e curato dalla famiglia di Brunello Cucinelli, sarà pronto in 3 anni. Previsto un investimento di 100 milioni di euro

Parco dell’Innovazione Pietrafitta

nostra inviata a Pietrafitta (Pg)

C’è un modo semplice per capire il progetto di Pietrafitta: guardare a Solomeo. A prima vista, non potrebbero esserci due luoghi più lontani. Da una parte un borgo umbro, il suo castello, la chiesa, il teatro, i libri... Tanti libri ai quali fanno buona guardia i busti e le statue in gesso di filosofi, imperatori e condottieri. Dall’altra un’ex centrale termoelettrica, la memoria industriale, i capannoni, l’energia. Da una parte una biblioteca pensata per durare mille anni. Dall’altra un data center pensato per dare potenza al futuro digitale. Il primo conserva la memoria. Il secondo alimenta l’innovazione. Eppure il punto non è la distanza tra queste due immagini. È precisamente la loro sorprendente continuità.

Lo scorso settembre, il giorno in cui il Foro delle Arti, la holding della famiglia di Brunello Cucinelli e Umbria Data Garden, la società operativa di nuova costituzione, presentavano l’ideazione e la progettazione del Parco dell’Innovazione a Pietrafitta, Microsoft annunciava la sua «superintelligenza umanistica» in perfetta sintonia con ciò che i Cucinelli intendono fare in questa nicchia incantata delle colline umbre. Un Polo dell’Innovazione contemporanea sostenibile nell’area dell’ex centrale termoelettrica con un data center dedicato al calcolo avanzato e all’intelligenza artificiale che servirà a ricerca, sanità, formazione e nuove imprese. Un investimento che potrebbe arrivare a circa 100 milioni di euro (sarà anche la tipologia di hardware a incidere sulla cifra), mentre si sa che la Regione ha già stanziato 2,5 milioni per la riqualificazione dell’area. «Ci occuperemo di coinvolgere partner industriali, tecnologici e finanziari» ha spiegato Riccardo Stefanelli, amministratore delegato di Brunello Cucinelli e di Umbria Data Garden quando, nell’ex centrale, ha presentato il suo progetto assieme a Stefania Proietti, Presidente della Regione Umbria, Roberto Ferricelli, sindaco di Piegaro e Giulio Cherubini, sindaco di Panicale. Archiviata l’era della lignite, questo gigante di cemento dormiente si prepara a spalancare gli occhi su nuova vita. Prevedono un tempo di realizzazione di circa tre anni (l’area sorge in una zona Zes e gode pertanto di parecchie agevolazioni) e poi il data center «sartoriale» vedrà la luce perché, come dice Cucinelli citando Vitruvio, «bisogna costruire qualcosa di solido, utile e bello». E non è soltanto una definizione suggestiva. È una dichiarazione di metodo. Il bello, per i Cucinelli, è un concetto imprescindibile perché non si limita all’estetica ma è direttamente imparentato con la qualità della vita. Non un ornamento della realtà, ma un modo per renderla più abitabile. La tecnologia, la ricchezza, l’impresa non sono fini in sé. E poi, naturalmente, ci vuole «cura». E qui si torna a Solomeo. La famiglia Cucinelli ha cominciato a restituire vita al borgo, che sorge a pochi chilometri di distanza, nel 1985. Non si è limitata a restaurare delle pietre. Ha cercato di ricostruire un rapporto tra il luogo e le persone. Il borgo è diventato nel tempo teatro, scuola, biblioteca, piazza, giardino e perfino scuola dei mestieri. Un luogo dove la bellezza non fosse un lusso privato ma una funzione pubblica. Il principio era semplice e, proprio per questo, radicale: un territorio non si custodisce mettendolo sotto una campana di vetro. Lo si custodisce facendolo vivere. La Biblioteca Universale nasce dentro questa stessa idea. È un progetto rivolto alla memoria, ma non nostalgico. Conservare i libri significa consegnare il passato al futuro. Fare una biblioteca significa costruire un’infrastruttura della conoscenza. E pensare a qualcosa che possa durare mille anni significa sottrarsi alla logica del risultato immediato. È una forma di responsabilità verso chi ancora non c’è. Pietrafitta sembra invece raccontare l’esatto contrario. Non il silenzio dei libri, ma la potenza dei server. Non la carta, ma il calcolo. Non la memoria del mondo, ma l’intelligenza artificiale. E tuttavia anche qui la parola decisiva è «futuro». Un sito industriale dismesso «rimasto addormentato per trent’anni» come ha detto Stefanelli, viene così ripensato come infrastruttura della conoscenza. Non cancellando la sua storia, ma trasformandone la funzione. A Solomeo si è partiti dalle rovine per costruire un luogo della cultura. A Pietrafitta si parte da una rovina industriale per costruire un luogo della tecnologia. In entrambi i casi il passato non è un impedimento. È il materiale con cui progettare il domani. E c’è un’altra parola che ritorna insistente nel discorso di Stefanelli: «ecosistema». Il data center non sarà una struttura isolata, un enorme contenitore tecnologico calato dall’alto. Ma piuttosto un luogo nel quale ricerca, imprese, sanità, università e formazione potranno incontrarsi, come mostrano i rendering. Secondo Brunello Cucinelli l’intelligenza artificiale «è un dono divino», purché «rimanga una nostra ancella». E rendersi autonomi, essere in grado di gestire e custodire i propri dati è un tema di «vera democrazia» secondo l’imprenditore. A Pietrafitta la modernità non deve necessariamente arrivare contro la memoria. È una commistione che nasce morbida ma potente: innovare senza sradicare, crescere senza consumare, costruire senza dimenticare. Che è anche un modo per aver meno paura di ciò che ci spinge avanti con tanta prepotenza come l’intelligenza artificiale. Ed è un modo per proiettare l’Umbria nell’avanguardia.