Dal 20 al 24 luglio, le Nazioni Unite hanno ospitato a New York la prima Riunione Sostanziale del Global Mechanism on ICTs in the Context of International Security, il nuovo meccanismo permanente dedicato alla sicurezza internazionale nel dominio digitale e alla promozione di comportamenti responsabili degli Stati nell’uso delle tecnologie.
Dietro una denominazione complessa si trovano questioni molto concrete: gli attacchi contro ospedali, infrastrutture energetiche e servizi pubblici, il ransomware, la sicurezza delle catene di fornitura digitali, l’impiego dell’intelligenza artificiale per rendere più efficaci gli attacchi e il rischio che un incidente cyber alimenti tensioni tra Paesi.
Il Meccanismo raccoglie l’eredità dell’Open-Ended Working Group delle Nazioni Unite, che ha consolidato un quadro comune fondato su cinque pilastri: minacce, norme di comportamento responsabile degli Stati, diritto internazionale, misure di rafforzamento della fiducia e cyber capacity building. La vera novità sta ora nel tentativo di trasformare un processo di negoziazione in una sede permanente e orientata all’attuazione.
Dai principi alla loro applicazione
Il messaggio principale emerso dalla riunione può essere riassunto in modo semplice: dopo anni dedicati alla costruzione di principi condivisi, occorre dimostrare che questi possano produrre risultati concreti.
Gli Stati hanno già concordato che il diritto internazionale, a partire dalla Carta delle Nazioni Unite, si applica anche al cyberspazio. Hanno inoltre definito undici norme volontarie di comportamento responsabile, che comprendono la protezione delle infrastrutture critiche, la cooperazione in caso di incidente e il contrasto all’uso del proprio territorio per attività informatiche illecite.
La questione è ora tradurre tali impegni in strategie nazionali, assetti istituzionali e capacità di prevenzione e risposta. Una norma internazionale, infatti, non protegge da sola un ospedale o una rete energetica. Occorrono autorità competenti, personale formato, procedure di gestione degli incidenti, capacità di analisi delle minacce, collaborazione pubblico-privata ed esercitazioni.
Le discussioni di New York hanno confermato questo orientamento pragmatico. Ransomware, infrastrutture critiche e uso malevolo dell’intelligenza artificiale sono stati indicati tra le priorità della cooperazione. Anche il confronto sul diritto internazionale si è spostato dalle affermazioni generali all’esame di scenari concreti, come gli attacchi contro ospedali, reti idriche e infrastrutture energetiche.
«Il successo del Meccanismo Globale non si misurerà soltanto dalla qualità dei documenti approvati, ma dalla sua capacità di aiutare gli Stati a prevenire gli incidenti, proteggere i servizi essenziali e cooperare quando una crisi si verifica», sottolinea Matteo Lucchetti, Direttore di Cyber 4.0. «La sfida è costruire un collegamento stabile tra diplomazia, politiche pubbliche e capacità operative».
Il ruolo degli stakeholder
Il Meccanismo resta intergovernativo: sono gli Stati a definire le regole e ad assumere gli impegni internazionali. La sicurezza del cyberspazio dipende però in larga parte da infrastrutture, tecnologie e conoscenze che si trovano al di fuori delle amministrazioni pubbliche.
Imprese, operatori di servizi essenziali, università, centri di ricerca, organizzazioni della società civile e comunità tecniche possono contribuire a comprendere le minacce, sviluppare soluzioni, formare competenze e verificare l’efficacia delle politiche adottate.
La sessione dedicata agli stakeholder ha quindi richiamato la necessità di una loro partecipazione più sistematica. Le organizzazioni intervenute hanno messo a disposizione metodologie, piattaforme di formazione, strumenti tecnici ed esperienze operative utili anche per i Dedicated Thematic Groups– i gruppi tematici che si riuniranno nel dicembre 2026.
Resta tuttavia aperta la questione delle procedure di accreditamento. La Federazione Russa ha sollevato obiezioni nei confronti di 43 organizzazioni, tra le quali Cyber 4.0, START 4.0, il CINI Cybersecurity National Lab, università e istituti di ricerca internazionali. Il sistema consente a ciascuno Stato di opporsi all’accreditamento senza l’obbligo di fornire una motivazione dettagliata. Anche l’Unione europea ha espresso rammarico per la scarsa trasparenza e prevedibilità del processo.
Cyber 4.0 ha comunque partecipato ai lavori grazie alla decisione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale di includere il Centro nella delegazione ufficiale italiana, insieme all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale e a START 4.0.
È un elemento da registrare senza trasformarlo in una contrapposizione politica, ma che evidenzia una questione sostanziale: se al Meccanismo viene chiesto di produrre risultati operativi, esso deve poter accedere, in modo trasparente, alle competenze necessarie.
«Abbiamo molto apprezzato la decisione del MAECI di valorizzare, all’interno della delegazione italiana, le diverse componenti dell’ecosistema nazionale», osserva Lucchetti. «L’auspicio è che nei gruppi tematici di dicembre possano essere definite modalità capaci di consentire un contributo attivo e diretto delle organizzazioni qualificate. Non per sostituirsi agli Stati, ma per aiutarli a trasformare gli impegni internazionali in capacità, strumenti e risultati verificabili».
Il cyber capacity building al centro del Meccanismo
Tra i cinque pilastri, il cyber capacity building sta assumendo un’importanza crescente. Le regole possono essere globali, ma la capacità di applicarle resta distribuita in modo diseguale.
Molti Paesi stanno ancora consolidando strategie nazionali, autorità competenti, strutture di risposta agli incidenti e percorsi di formazione. Questi divari non rappresentano soltanto un problema di sviluppo: in un ambiente interconnesso, la vulnerabilità di un sistema o di una catena di fornitura può produrre effetti oltre i confini nazionali.
Il capacity building non può quindi ridursi a corsi occasionali. Deve comprendere sviluppo istituzionale, governance, formazione, creazione di comunità professionali e accesso a strumenti tecnici, rispondendo alle priorità dei Paesi beneficiari e producendo risultati sostenibili.
In questo ambito, Cyber 4.0 collabora con il MAECI e con altre amministrazioni italiane collegando cooperazione istituzionale, competenze tecniche e trasferimento tecnologico. La cooperazione Italia-Ghana sostiene l’attuazione della strategia nazionale di cybersicurezza, lo sviluppo delle competenze e il dialogo sulla cyber diplomacy. Nell’ambito del Piano Mattei e dell’AI Hub for Sustainable Development, Cyber4Africa accompagna invece startup africane attive nell’intelligenza artificiale nell’adozione di pratiche di sicurezza fin dalla progettazione.
A queste iniziative si aggiungono programmi finanziati dall’Unione europea e da organizzazioni internazionali: dalla revisione del piano regionale su cybersicurezza e cybercrime dei Paesi caraibici alla formazione di funzionari pubblici ucraini, fino ai corsi di cyber diplomacy destinati ai diplomatici latinoamericani.
Una nuova fase per la cyber diplomacy
La prima Riunione Sostanziale indica che la cyber diplomacy sta entrando in una fase più matura. Il confronto resta attraversato da divergenze profonde, ma la creazione di una sede permanente rappresenta un risultato importante.
Il prossimo banco di prova saranno i gruppi tematici di dicembre. È in quelle sedi che il Meccanismo dovrà dimostrare di saper coinvolgere le competenze appropriate e produrre indicazioni concretamente utilizzabili dagli Stati.
«La diplomazia cyber non deve essere considerata una materia riservata agli specialisti», conclude Lucchetti. «Riguarda la continuità dei servizi essenziali, la sicurezza delle imprese, la tutela dei cittadini e la capacità dei Paesi di beneficiare della trasformazione digitale senza aumentarne i rischi. Il Meccanismo Globale potrà avere successo se saprà mantenere insieme queste due dimensioni: la costruzione della fiducia politica e la realizzazione di una resilienza concreta e condivisa».
