Arvedi, Marcegaglia, Feralpi, Duferco, Beltrame, Lucchini. A salire sul carro della cordata italiana salva-Ilva sono tutti i principali gruppi siderurgici. Parola di Antonio Gozzi, presidente di Federacciai che ieri ha ricevuto dal consiglio direttivo dell’associazione il mandato per presentare una manifestazione di interesse condizionata. Il piano dei privati punta solo all’area a freddo e si prevede che lo Stato possa scendere in campo a fianco al loro fianco per gestire le bonifiche e la grana esuberi.
«È un passo avanti. Siamo in campo. Adesso si tratta di verificare l’esistenza delle condizioni abilitanti. Lo faremo con il governo italiano nei prossimi giorni», è il primo commento di Gozzi dopo che Federacciai gli ha dato mandato «di trasmettere agli enti competenti, in nome e per conto di un gruppo di aziende che hanno già manifestato il proprio interesse, e di quelle che potrebbero aggregarsi nei prossimi giorni, una manifestazione di interesse subordinata alla verifica di una serie di condizioni abilitanti, necessarie a consentire l’intervento industriale».
E mentre la cordata muove i primi passi, dall’esecutivo il ministro delle Imprese Adolfo Urso insiste sulla necessità di «elaborare un piano straordinario per Taranto per disinnescare la bomba sociale». Per quanto riguarda l’indotto si inizia a parlare di licenziamenti collettivi per una stima iniziale di 3mila lavoratori.
Al netto dell’evoluzione della vicenda Taranto, resta sullo sfondo più di una preoccupazione per un mercato dell’acciaio green che non decolla e rischia di rimanere ancora a lungo una promessa industriale. Secondo il GMK Center, società di consulenza specializzata nel mercato siderurgico europeo, la tecnologia per produrre acciaio a basse emissioni sta avanzando, i grandi gruppi siderurgici europei hanno annunciato progetti di decarbonizzazione e le principali case automobilistiche hanno iniziato a stringere accordi con i futuri produttori. Ma manca ancora l’ingrediente fondamentale per trasformare questi progetti in un business strutturato. I produttori siderurgici puntano a ottenere un green premium, cioè un sovrapprezzo per l’acciaio prodotto con un’impronta carbonica bassa. Ma non è affatto scontato che questo premio possa essere trasferito sul prezzo finale. Secondo le indicazioni del mercato, oggi i clienti non sembrano disponibili a pagare 200-300 euro in più per ogni tonnellata di acciaio green.
È qui che si apre il principale paradosso della transizione siderurgica europea: da una parte l’industria deve investire miliardi per ridurre le emissioni, dall’altra i clienti non sembrano ancora disposti a riconoscere pienamente il costo di questa trasformazione. Sulla base dei progetti annunciati, il GMK Center stima che nel 2027 l’offerta di acciaio green nell’Ue sarà di 5 milioni di tonnellate. La produzione dovrebbe aumentare sensibilmente entro la fine del decennio, arrivando a circa 17,5 milioni di tonnellate nel 2030.
Numeri importanti, ma ancora piccoli rispetto alle dimensioni complessive del mercato. Secondo Eurofer, al 2030 la quota di acciaio green sarà al massimo il 14% del mercato. La sfida europea, dunque, non è soltanto produrre acciaio senza carbone, ma creare le condizioni economiche perché qualcuno sia disposto a comprarlo.
