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Tim, Kkr taglia il traguardo sulla rete

Il fondo Usa notifica l’acquisto alla Commissione Ue. Parte l’iter, ma è game over per gli oppositori

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La cessione della rete di Tim ha imboccato il rettilineo finale. Ieri, infatti, il fondo americano Kkr ha depositato la notifica dell’operazione presso la Direzione Generale della Concorrenza della Commissione europea. Ora Bruxelles avrà 25 giorni lavorativi di tempo (35 effettivi) prima di dare il via libera definitivo all’operazione in fase uno, quindi senza chiedere informazioni aggiuntive. Non sono previste sorprese negative per almeno due motivi: anzitutto perchè si tratta di un’operazione di scorporo - e non di una concentrazione - e quindi ha il profilo di un affare che potenzialmente accresce la concorrenza sul mercato; in secondo luogo, la stessa notifica rappresenta un segnale di superamento di potenziali criticità. Del resto, come si è visto per le nozze Ita-Lufthansa, la fase di pre-notifica (i colloqui che ci sono prima della notifica formale) si può allungare anche di diversi mesi qualora ci siano particolari rilievi dell’Antitrust Ue. Il fatto che questo non sia avvenuto significa che, salvo eventi imponderabili, il massimo che ci si possa attendere è l’affinamento di alcuni dettagli, senza la richiesta di rimedi significativi capaci di mandare a monte l’operazione. Supponendo, quindi, che tutto vada secondo i programmi, il closing (e quindi lo stacco dell’assegno di Kkr) dovrebbe arrivare entro la fine di maggio o comunque poco dopo. Il tutto in anticipo sulla tabella di marcia che prevedeva la chiusura dell’operazione entro giugno.

La notifica alla Ue sancisce una svolta decisiva anche per quanti ancora tentano di osteggiare il progetto di cessione della rete fissa. A partire dal primo socio Vivendi, che con il suo 23,7% del capitale non ha ancora sciolto le sue riserve sul voto nell’assemblea dei soci di martedì 23 per il rinnovo dei vertici aziendali. A meno di sorprese dell’ultima ora, tutto lascia però pensare che l’astensione - che finirebbe per favorire la lista del cda, che propone la conferma dell’attuale ceo Pietro Labriola - sia la strada più verosimile. C’è inoltre chi si interroga sulla possibilità che, in seguito all’astensione, alla fine Vivendi non decida di far decadere anche la causa legale al tribunale di Milano, con una prima udienza in calendario il 21 maggio. Ma anche nel caso di un voto francese per una delle liste alternative - quella di Bluebell o di Merlyn Partners - il rischio è che Bollorè e soci si trovino in minoranza con l’aggravante di un gesto di sfida verso il governo italiano, che ha già esplicitato la sua opinione sulla cessione della rete.

Quanto all’assemblea, la previsione è per un’affluenza alta (intorno al 60-62% del capitale) e quindi il voto di Vivendi peserebbe sì per un 37-38% dei votanti, ma anche in quel caso il cda, salvo sorprese, dovrebbe spuntarla. Di conforto allo status quo sono arrivate, infatti, le indicazioni favorevoli alla lista Labriola da parte dei proxy Iss e Glass Lewis. E c’è la raccolta deleghe di Morrow Sodali, oltre all’appoggio esplicito di Norges Bank (stimata al 2-3% dei diritti di voto), di diversi fondi pensione, di Blackrock e Vanguard.

Un conto a cui è da aggiungere un 3,75% di istituzionali italiani e un 10,5% tra Cdp e azioni proprie. Il tutto in attesa dei piccoli soci, con 290mila teste che avranno tempo fino a lunedì per decidere se e come partecipare al voto (pesano per il 17,8%). Insomma, almeno sulla carta la lista del cda parte favorita.

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