Le "Baby" squillo sono in linea con la cronaca

Massì, ammettiamolo: la colpa è nostra. Genitori squinternati, senza un centro, nevrotici, instabili, umorali, incapaci di mantenere un solido rapporto di coppia, sfasciafamiglie che si pentono quando è troppo tardi, oppure restano insieme senza voglia e senza amore, disegnando così un vero e proprio inferno fra le mura domestiche. Poi, per difendersi, per giustificarsi, per tentare di attutire i sensi di colpa, giù luoghi comuni e frasi stereotipate sull'adolescenza: è un'età difficile, anzi impossibile, rischiosa, pericolosa, non si sa come affrontarla, incapaci di fronteggiare l'aggressività di ragazzini cresciuti male, «senza ideali», specchio dei nostri conclamati fallimenti.

Dagli anni '90 i cosiddetti teenagers sono sotto la lente d'ingrandimento. In quel tempo ben più ricco si percepivano come i nuovi consumatori, oggi che siamo tutti impoveriti risultano comunque la potenziale classe dirigente di domani e ci preoccupa il loro vuoto cosmico. Ricordo la grande mostra «The Fourth Sex» voluta da Pitti Image, i film, spesso impietosi, di Larry Clark, di Harmony Korine e di Sophia Coppola, differenti descrizioni dell'età acerba. Da quando anche andare al cinema può costituire un problema economico e invece si passano ore e ore in compagnia delle serie tv, le produzioni tentano di intercettare questo nuovo pubblico proponendo storie dall'elevato tasso realistico e con l'inevitabile conflitto generazionale, in cui i giovanissimi si riconoscono.

Baby appartiene a questo «fortunato» filone, un prodotto che ben s'incastra tra Young Adult e Teenage Movie. Sei episodi su Netflix diretti da Andre De Sica (figlio di un figlio d'arte) e Anna Negri (figlia del noto filosofo), ispirata a un fatto di cronaca, lo scandalo delle baby squillo sullo sfondo della Roma-bene pariolina. Protagoniste due giovani e bravissime attrici, Benedetta Porcaroli e Alice Pagani, che muovono i propri io divisi tra il giorno (studentesse di una scuola per ricchi) e la notte (nei locali in cui gira di tutto, ben oltre il lecito). La solita Roma decadente, lontana parente degli Indifferenti moraviani per una borghesia che oggi come allora si ritrova persa, naufraga, incapace di reagire, con l'unica variante contemporanea di un mondo in cui contano di più i WhatsApp delle parole.

Asciutto e minimale nello stile, a tratti manierato nella regia, Baby è un buon prodotto di genere, più credibile degli omologhi spagnoli (La casa di carta, Élite) adorati dai ragazzi, nonostante parecchie riserve della critica e degli opinion makers preoccupati per l'ennesimo messaggio negativo che la tv fa passare a proposito dei più giovani. Non darei colpa a una serie, se racconta un mondo molto simile a quello vero: Baby merita la sufficienza, grazie anche ad alcune partecipazioni straordinarie di volti noti e affidabili come Isabella Ferrari, Claudia Pandolfi, Tommaso Ragno.

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