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Banche

Bpm, Parigi pensa alle nozze con il Crédit Agricole Italia

I vertici francesi lo chiamano lo “scenario preferito”. Il matrimonio creerebbe un big da 2.300 filiali bancarie e 170 miliardi di prestiti alla clientela

Desiderio La sede milanese, in Piazza Meda, di Banco Bpm, uno dei più importanti istituti bancari italiani

«Uno degli scenari preferiti per noi sarebbe una fusione tra Banco Bpm e Crédit Agricole Italia, che ci permetterebbe anche di rafforzare la nostra presenza» nel Paese. A dirlo è stata alcuni giorni fa la deputy general manager di Crédit Agricole, Clotilde L’Angevin. Poco prima, l’amministratore delegato del gruppo bancario francese, Olivier Gavalda, aveva definitivamente tumulato l’idea di unire in matrimonio Bpm - la banca di cui Crédit Agricole detiene quasi il 30% - e Mps: «Difficile possa creare valore», aveva detto lasciando zero spiragli all’operazione su cui stavano lavorando l’ad di Piazza Meda, Giuseppe Castagna, e quello del Montepaschi, Luigi Lovaglio.

La decisione dei transalpini, però, ha sorpreso fino a un certo punto, considerato che l’Italia è il secondo mercato del gruppo per importanza. Tant’è che la Banque Verte finora si è mossa per costruire un fortino difficilmente espugnabile, chiedendo alla Bce le autorizzazioni necessarie ad arrotondare la propria quota, oggi portata a ridosso del 30% del capitale. Non a caso, Gavalda sostiene che nessuno possa fare chissà quali progetti senza passare da loro. Men che meno Unicredit, che pure l’anno scorso aveva cercato di scalare Bpm, infrangendosi contro il Golden Power del governo. E, per quanto Piazza Meda piaccia ancora al ceo di Unicredit, Andrea Orcel, i rapporti con i francesi non sono certo ottimi dopo l’addio annunciato all’accordo sulla distribuzione dei fondi di Amundi, casa del gruppo Crédit Agricole.

Gli affari restano affari, però ricostruire un dialogo potrebbe non essere così semplice in questa fase. E, peraltro, non è detto che convenga: negli anni a venire potrebbe aprirsi una nuova fase di consolidamento bancario a livello europeo, con la Commissione europea che, attraverso la commissaria per l’Unione dei risparmi, Maria Luís Albuquerque, sta lavorando per facilitare operazioni transfrontaliere come lo sarebbe Crédit Agricole-Bpm e come lo è Unicredit-Commerzbank. Operazioni invero molto simili, con Crédit Agricole Italia che è controllata dai francesi, ma è una banca dotata di un’organizzazione autonoma in Italia. Lo stesso vale per Unicredit, che vorrebbe fondere Commerzbank con la sua controllata tedesca Hvb.

Anche i possibili rischi regolatori sono stati calcolati dai francesi, che già ai tempi del Golden Power applicato a Unicredit non avendo una presenza in Russia avrebbero avuto meno problemi ad adattarsi ai paletti del governo. Governo che, comunque, finora non si è mai espresso su un matrimonio tra Crédit Agricole Italia e Banco Bpm.

Tuttavia, se la strada fosse davvero quella, il gruppo che nascerebbe avrebbe dimensioni considerevoli. Facendo una mera sommatoria, avrebbe più di 2.300 filiali bancarie - come Intesa Sanpaolo, anche se potrebbe verosimilmente doverne cedere una parte per ragioni Antitrust - e quasi 170 miliardi di impieghi alla clientela. L’utile aggregato, sulla base dei dati del 2025, supererebbe i 2,8 miliardi di euro. Per non parlare di Anima, la casa italiana dei fondi controllata da Bpm, nella quale sono custoditi 212 miliardi di risparmi degli italiani. Senza contare tutte le altre fabbriche prodotto, che vanno dal credito al consumo alle polizze. Si capisce perché a Parigi corrano certi pensieri.

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