Addio Monte, il Banco Bpm rinuncia alle nozze. Il cda dell’ex Popolare milanese, pur ribadendo il «forte razionale strategico e industriale del progetto» proposto a Mps con la lettera d’amore (così l’aveva definita ironicamente il ceo di Intesa, Carlo Messina) inviata lo scorso 7 giugno, ha ritenuto che «ad oggi» non si sono verificate le condizioni per giungere a un accordo condiviso tra le parti. Il board ha quindi deliberato, all’unanimità, di interrompere le consultazioni in merito alla potenziale aggregazione dandone contestuale comunicazione ai vertici della banca senese. Il consiglio era stato convocato nella tarda serata di giovedì, ma nella mattinata di ieri i francesi del Credit Agricole avevano già bocciato un possibile matrimonio tra Mps e il Banco Bpm. Meglio una fusione tra Piazza Meda e il Credit Agricole Italia. E comunque, qualsiasi mossa del Banco sul tavolo del risiko dovrà prima fare i conti con l’oste parigino che è il primo azionista con il 29,3 per cento. I vertici del gruppo bancario transalpino hanno approfittato della presentazione della trimestrale per bocciare l’ipotesi allo studio di Luigi Lovaglio e Giuseppe Castagna come alternativa all’Opas lanciata sul Monte da Intesa. Il ceo di Agricole, Olivier Gavalda, ha spiegato di non aver ricevuto alcun progetto, «né alcuna informazione» e, di conseguenza, «non siamo in grado di dire se potrebbe creare valore per gli azionisti» di Piazza Meda. Poi il messaggio, chiaro: «Con il 29,3% del capitale di Bpm, siamo indispensabili. Questo significa che nulla può essere fatto contro di noi o senza di noi». La deputy general manager del gruppo, Clotilde L’Angevin, ha poi spiegato agli analisti che per la Banque Verte lo «scenario preferenziale» sarebbe una fusione tra Bpm e la loro controllata in Italia. La stessa manager, in un’intervista a Bloomberg, ha anche specificato che l’Agricole «ad oggi» non ha ancora chiesto alla Bce l’autorizzazione ad assumere il controllo del Banco. L’Italia, prosegue la manager, è «un mercato strategico per noi», dove «vogliamo continuare a crescere». Un messaggio è stato dunque lanciato anche a Palazzo Chigi: «Siamo un attore a lungo termine in Italia» e quindi «ci interessano tutti gli stakeholder», ha sottolineato L’Angevin, rispondendo a domanda su un eventuale dialogo con il governo italiano.
Ieri il cda dell’Agricole ha intanto approvato i conti del secondo trimestre chiusi con un utile netto di pertinenza del gruppo a 2,77 miliardi (+7,8%), trainati da un incremento del margine operativo lordo (+25,8%). Il nostro Paese si conferma come secondo mercato domestico del gruppo e stringendo lo sguardo solo sulla controllata Credit Agricole Italia, nei sei mesi l’utile netto consolidato è salito del 2,1% a 478 milioni.
Nel frattempo, attenzione alle mosse di Berlino sul fronte dell’operazione Unicredit-Commerzbank: l’amministratore delegato di Commerz, Bettina Orlopp, ha auspicato un «dialogo costruttivo» con l’istituto guidato da Andrea Orcel dopo che il gruppo italiano ha acquisito quasi la metà dei diritti di voto. Poi però ha avvertito che, anche in caso di maggioranza in assemblea, Unicredit non potrebbe imporre da sola cambiamenti strutturali. Le trattative coinvolgeranno il consiglio di sorveglianza, i rappresentanti dei lavoratori e il governo tedesco.
