Gli sguardi del mercato sono attratti dal risiko bancario che vede in campo i grandi gruppi. Eppure, a quanto leggo, è in atto un’altra partita che vede impegnate le realtà del credito di più ridotte dimensioni: banche popolari, casse di risparmio e altre sigle minori sono in azione per accrescere e consolidare le proprie posizioni. Certo per fare massa critica ma al contempo per strutturarsi al meglio allo scopo di conservare la fondamentale autonomia. Considerata l’importanza che queste banche hanno nei territori di riferimento è chiaro che il loro attivismo viene a impattare direttamente sull’economia reale e, in modo particolare, sulle piccole realtà imprenditoriali, anche quelle artigiane.
Va detto che negli anni scorsi una copiosa letteratura dava quasi per tramontato il fenomeno delle casse di risparmio, delle casse rurali e delle Bcc; veniva descritto un declino inesorabile a fronte delle ambizioni dei colossi del settore. Invece quella lettura è stata smentita dai fatti. Oggi le banche più piccole godono di una buona salute e di una patrimonializzazione non irrilevante.
Ecco perché, seppur con modalità più consona alla propria dimensione, alcuni soggetti si stanno muovendo per aggregare altre realtà, ritenute appetibili. Ora si tratta di capire i riflessi che tale protagonismo avrà sulle piccole imprese. Una certa preoccupazione è legittima. Il nuovo rapporto Confapi la dice lunga sulle difficoltà che permangono in materia di accesso al credito. Nel primo semestre di quest’anno il 66,5% delle pmi industriali italiane non ha bussato allo sportello per ottenere nuove risorse finanziare (percentuale in crescita del 7,8% rispetto all’anno precedente). Ciò attesta una marcata difficoltà nella richiesta di credito al punto tale da spingerle a neppure tentare il dialogo con la banca di riferimento per timore di un rifiuto. Dunque: bene il risiko virtuoso degli istituti territoriali (è il mercato, bellezza!), con il nota bene che va assolutamente recuperato il filo dell’l’interlocuzione necessaria con le pmi.
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