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Banche

Mps-Bpm, inizia la settimana decisiva ma la strada verso le nozze è in salita

L’offerta dovrebbe arrivare a giorni e partire da Siena. Il progetto presenta molte insidie dall’approvazione assembleare, fino al nodo politico di un Crédit Agricole che diverrebbe il primo socio

"Il Monte vale più di quei 30 miliardi"

Luigi Lovaglio è l’uomo delle missioni se non impossibili, per lo meno molto difficili. L’amministratore delegato di Mps è riuscito a concludere un aumento di capitale da 2,5 miliardi che in molti davano in salita, contro ogni pronostico è ritornato Ceo dopo essere stato licenziato e ora prova a scampare all’offerta che la più grande banca italiana - Intesa Sanpaolo - ha lanciato su Rocca Salimbeni. Per farlo, l’unico modo è convincere gli azionisti a preferire il progetto di aggregazione con Banco Bpm.

Questa sarà la settimana cruciale per avere nero su bianco una proposta che - secondo le ultime indiscrezioni - dovrebbe prendere la forma di un’offerta pubblica di scambio di Mps sul Bpm. I segnali, del resto, c’erano tutti. Nelle ultime settimane le interlocuzioni tra gli advisor dei due istituti si erano concentrate proprio sulla differenza di valore tra i due istituti: 35,3 miliardi per l’istituto di Siena contro 23,7 miliardi per il Banco Bpm. Un solco da quasi 12 miliardi, troppo profondo per immaginare una fusione tra pari come inizialmente era stata proposta da Piazza Meda. L’idea di accelerare è collegata anche al fattore tempo: Intesa Sanpaolo procede spedita nel processo autorizzativo della sua offerta, tanto che la Consob potrebbe dare il via libera e far partire le adesioni all’Opas già tra ottobre e novembre. Quindi, se vuole avere qualche speranza, Lovaglio sa bene che deve arrivare a un’offerta quanto prima, in modo da spiegarla ai grandi investitori. Anche ammesso che la proposta di matrimonio arrivi a stretto giro e che sia effettivamente competitiva sul piano dei numeri, la strada sarebbe ancora in salita per il banchiere lucano.

Un aspetto ancora poco considerato è il passaggio assembleare, che già costò caro all’ex ceo di Mediobanca Alberto Nagel quando provò a proporre un’operazione con Banca Generali proprio per sfuggire alla scalata di Lovaglio. Mps è in passivity rule e un’operazione di questo tipo è assai probabile che debba passare per l’assemblea straordinaria dove - dopo la spaccatura registrata sul rinnovo del cda che ha riportato in sella Lovaglio - l’appoggio agli attuali vertici è tutto fuorché plebiscitario. C’è poi da affrontare la questione Credit Agricole, l’istituto francese che è saldamente il primo azionista di Banco Bpm. Da loro passa il successo (o il fallimento) dell’operazione. Se dovessero rimanere nell’azionariato, diverrebbero i primi azionisti di un aggregato che vedrebbe al suo interno Anima, Mediobanca e, soprattutto, la quota di riferimento di Generali: ma sarebbe accettabile dalla politica italiana che un tale polo del risparmio veda un’influenza così rilevante di una banca straniera? Tutto da vedere. La seconda via sarebbe liquidare i transalpini attraverso la cessione di filiali. Ma difficilmente si tratterebbe di un prezzo basso da pagare.

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