Centrali elettriche, antenne, corone, regni, porti, venti e persino Omero. Luigi Lovaglio affida alle metafore il messaggio più politico della sua conference call con gli analisti sui conti: Mps non vuole essere smontata, né considera già scritta la rotta che dovrebbe portarla nelle mani di Intesa Sanpaolo. «Come nell’Odissea alcune rotte si chiudono e altre si aprono, dal nostro porto sicuro continueremo il nostro viaggio», ha detto l’ad del Monte definendosi un navigatore esperto pronto a sfruttare i venti migliori (ma dimenticando che Ulisse impiegò dieci anni per arrivare a Itaca).
Nel frattempo, Lovaglio lascia aperta ogni opzione capace, a suo giudizio, di creare più valore dell’offerta di Intesa. L’Opas, secondo il banchiere, non remunera adeguatamente gli azionisti e rischia di ridimensionare un istituto che definisce «un’importante infrastruttura economica del Paese». Da qui un’altra immagine: dividere il Monte sarebbe come «dividere in due una centrale elettrica» perché le due parti «potrebbero continuare a funzionare, ma con una perdita di
potenza e una minore capacità di portare energia dove serve». Lo stesso vale per le filiali che «non sono muri, sono antenne», raccolgono i segnali dell’economia reale e trasformano il risparmio in credito, investimenti e crescita. Se il sistema perde potenza, avverte, le imprese ricevono meno credito. Il bersaglio è evidente anche quando il ceo parla di campioni nazionali che devono rafforzare il tessuto competitivo del Paese, non ridurlo, «altrimenti la corona potrà anche diventare più grande, ma il regno diventerà più piccolo».
Sul fronte Banco Bpm, Lovaglio ha poi sottolineato che è stato il cda di Piazza Meda a interrompere le consultazioni. Mps «non è rimasta pura spettatrice» e aveva analizzato l’ipotesi con convinzione, vedendo il potenziale per creare una banca italiana leader di mercato. Il confronto, tuttavia, si è fermato prima di arrivare a una valutazione concreta della creazione di valore. «Oggi non stiamo parlando di nessuna operazione» con il Banco, puntualizza. Il ceo non ha poi escluso né un dividendo straordinario né un acconto sulla cedola, ricordando che i tempi consentirebbero ancora una distribuzione. Quanto
a Generali, la partecipazione resta un «nice to have» che crea valore per il gruppo. E «sembra che sia nice to have anche per altri operatori».
L’ad rivendica, intanto, i risultati del semestre aggiungendo che «questo è solo l’inizio» del valore che la combinazione Mps-Mediobanca può realizzare (l’assemblea sulla fusione non è stata ancora convocata, l’annuncio è atteso a settembre). Il semestre è stato chiuso con un utile netto oltre 1,1 miliardi (+25,3%), dopo aver registrato nel secondo trimestre un risultato di 610 milioni (+27,3%), sopra le attese del mercato. I ricavi crescono del 4,1% a 4,024 miliardi. Le imposte sul reddito salgono, però, a 648 milioni, contro i 178 milioni dello scorso anno, anche per effetto delle misure introdotte dalla Finanziaria 2026: indeducibilità del 4% degli interessi passivi e aumento di due punti dell’Irap. Nel 2025 l’onere fiscale era stato invece ridotto dal beneficio legato alla rivalutazione delle Dta.
