Le infezioni correlate all’assistenza (ICA) rappresentano una delle sfide più rilevanti per la qualità e la sicurezza delle cure. Per una Direzione Sanitaria, considerarle esclusivamente come un problema infettivologico significa sottovalutarne la portata: le ICA coinvolgono organizzazione dei processi, formazione degli operatori, gestione degli ambienti, appropriatezza nell’impiego dei dispositivi, sostenibilità economica e reputazione della struttura.
Gli indirizzi delle principali istituzioni sanitarie e di prevenzione convergono su un principio: nessuna singola misura è in grado di controllare da sola il rischio infettivo. La strategia più efficace è multimodale, costruita attraverso interventi coordinati che agiscono sui diversi passaggi della catena di trasmissione che devono essere finalizzati ad evitare l’insorgere dell’infezione. È il principio delle “barriere multiple”: governance, precauzioni, igiene, ambiente, formazione, sorveglianza e l’attuazione di tutte le misure di sicurezza tra cui la scelta di tutti i necessari dispositivi di protezione individuale (DPI) come la divisa dell’operatore sanitario, diventano parti di uno stesso sistema.
I microrganismi possono infatti essere trasmessi per contatto diretto o indiretto, attraverso droplet, sversamento di liquidi e per via aerea. La prevenzione che deve evitare l’insorgere dell’infezione richiede quindi l’integrazione tra precauzioni standard e aggiuntive, igiene delle mani, pulizia e disinfezione ambientale, ventilazione, corretta organizzazione degli spazi, formazione e sorveglianza di tutte le componenti del sistema sopra descritto.
Per la Direzione Sanitaria la sfida è trasformare quanto sopra in un programma strutturato, con responsabilità, obiettivi, indicatori e verifiche periodiche. Senza una governance efficace, anche misure tecnicamente corrette rischiano di essere applicate in maniera disomogenea, riducendo l’efficacia complessiva.
All’interno di questa architettura, i dispositivi di protezione individuale costituiscono una barriera fondamentale specialmente quando la stessa divisa dell’operatore è un DPI con peculiari caratteristiche antibatteriche ed antivirali. In tal modo si protegge l’operatore e l’utente della struttura sanitaria dal rischio di esposizione a microorganismi e si contribuisce a limitare il trasferimento di altri contaminanti, ma la semplice presenza di un DPI non garantisce automaticamente una protezione efficace è anche importante l’addestramento dell’operatore e la corretta gestione del dispositivo.
Il primo requisito è la conformità del DPI alle norme applicabili e al campo d’impiego previsto. Le caratteristiche di protezione nei confronti del rischio di esposizione a microrganismi devono essere sostenute da verifiche sperimentali inequivocabilmente documentate considerando i metodi di prova e le prestazioni. Altrettanto importanti sono le modalità di utilizzo: scelta del dispositivo, vestizione e svestizione, gestione dopo la contaminazione e, per i prodotti riutilizzabili l’idoneità del processo che consente il successivo impiego.
Le divise per operatori sanitari classificate DPI e riutilizzabili sono importanti innovazioni citate anche nel documento di indirizzo tecnico – normativo dell’INAIL “Misure di sicurezza per le infezioni nelle aree critiche in sanità: tecnologie avanzate per l’impiego continuo di DPI e di disinfezione di nuova concezione” pubblicato il 9 gennaio 2025, nel quale si evidenzia che devono possedere la conformità alla norma tecnica UNI EN ISO 20743:2021 per le proprietà antibatteriche, alla norma tecnica ISO 18184:2019 per le caratteristiche antivirali, nonché alla norma tecnica EN ISO 6530:2005 per la garanzia di elevata idrorepellenza poiché è molto importante ridurre al massimo assorbimento e penetrazione dei liquidi nelle attività nelle quali camici e indumenti sono esposti a fluidi potenzialmente infetti.
Tra le innovazioni sviluppate negli ultimi anni figurano i tessuti con ossido di zinco (ZnO), prodotti da Erreà e commercializzati da LCM Spa. Lo ZnO è studiato per le sue proprietà antimicrobiche e, in determinate formulazioni e condizioni sperimentali, può contribuire a ridurre la carica microbica sulla superficie tessile. Nell’ambito della prevenzione delle ICA, l’interesse deve quindi anche considerare attentamente il controllo della contaminazione superficiale durante l’utilizzo. Per i prodotti destinati al riuso è anche determinante la stabilità del trattamento nel tempo. La prestazione deve infatti mantenersi durante il ciclo di vita previsto e integrarsi con procedure coerenti di rimozione, raccolta, trasporto, lavaggio, asciugatura e controllo del dispositivo.
La disponibilità di divise DPI che siano riutilizzabili fino a 100 cicli, quando questa prestazione è validata nelle condizioni d’uso previste, apre prospettive interessanti anche sul piano gestionale. I potenziali benefici comprendono riduzione dei rifiuti, minore dipendenza dai prodotti monouso, maggiore resilienza della supply chain e una valutazione economica basata sull’intero ciclo di vita anziché sul solo prezzo di acquisto.
Il dato dei “100 cicli”, tuttavia, deve essere accompagnato da condizioni precise. Occorre definire temperature e modalità di lavaggio, detergenti utilizzabili, compatibilità con eventuali disinfettanti, asciugatura e criteri di scarto in caso di perdita delle proprietà di barriera, danneggiamento del tessuto o deterioramento di cuciture e chiusure. È inoltre necessario garantire la tracciabilità dei cicli e definire le responsabilità tra lavanderia, servizio di prevenzione e controllo delle infezioni, approvvigionamenti, magazzino e utilizzatori. Il riuso non è infatti soltanto una caratteristica del prodotto, ma un processo organizzativo da progettare, controllare e documentare.
Nella valutazione dei tessili possono assumere rilievo anche certificazioni come OEKO-TEX, che, nell’ambito specifico della certificazione, forniscono informazioni sulle sostanze presenti nel prodotto tessile. Comfort e tollerabilità possono inoltre incidere sulla compliance degli operatori. Queste certificazioni restano però complementari: non sostituiscono la conformità richiesta a un DPI né dimostrano automaticamente le prestazioni di barriera necessarie per uno specifico rischio professionale.
L’introduzione dei DPI riutilizzabili cambia anche la prospettiva economica. Il confronto con il monouso non dovrebbe fermarsi al prezzo unitario, ma considerare il costo complessivo del ciclo di vita: acquisto, riutilizzi effettivi, lavaggio e decontaminazione, logistica, tracciabilità, controlli di qualità, scarti e formazione. Sul piano ambientale, la riduzione dei dispositivi eliminati rappresenta un possibile vantaggio, da valutare insieme all’impatto dei processi di ricondizionamento.
La prevenzione delle ICA non dipende dunque dalla ricerca di una singola misura di sicurezza e/o tecnologia capace di eliminare il rischio, ma dalla costruzione di un ecosistema integrato nel quale tutti gli interventi che costituiscono reali barriere per evitare l’insorgere dell’infezione operino contemporaneamente. È in questo scenario che tecnologie tessili avanzate, che permettono la realizzazione di divise DPI con trattamenti a base di ZnO, caratteristiche antibatteriche ed antivirali elevata idrorepellenza e proprietà progettuali che consentono numerosi cicli di riutilizzo, possono offrire un valido contributo al contrasto delle infezioni. Chiaramente tutte le prestazioni e peculiari caratteristiche devono essere documentate e verificate nelle condizioni reali di utilizzo.
Per la Direzione Sanitaria, la domanda decisiva non è quindi quale sia il “DPI migliore” in assoluto, ma quale misura di tutela insieme a tutte le altre riesca ad avere quel necessario effetto cooperativo per evitare l’insorgere dell’infezione, mantenendo le prestazioni nel tempo e riducendo la variabilità operativa.. In questa prospettiva, le divise DPI sopra descritte se supportate dalle certificazioni e dalle evidenze prestazionali previste per lo specifico impiego, possono inserirsi come una componente della strategia multimodale e concorrere al risultato da conseguire.
