Bersani, il finto guru padano che parla come Di Pietro

Ormai è più famosa di quella che Del Piero esibisce quando segna, più di quella disegnata sui dischi dei Rolling Stones, più di quella salmistrata. Quasi si parla più della lingua di Pier Luigi Bersani che di altre parti anatomiche della D’Addario. Per fortuna, ci si limita a discutere della sua lingua in quanto modo di esprimersi. Così pittoresco e nostrano da spiccare nel coretto di ripetizioni e sintassi pastosa del politichese.
Forza della favella bersaniana, ribattezzata prontamente «bersanese», è il continuo dar di gomito all’ascoltatore creando un immaginifico pantheon rurale di sagrestani che giocano a briscola, coppa piacentina a fette spesse e calzoni di fustagno. Proverbi, saggezza popolare, radici sbandierate al posto di falci e martelli arrugginiti. È bastato questo a fare di Bersani l’oratore pane-e-salame più vicino alle «masse».
Peccato che Bersani, seppur figlio di un benzinaio piacentino, non sia un trattorista capitato per caso sul palchetto della Festa dell’Unità in preda ai fumi del gutturnio. Bersani è laureato in filosofia e la sua è una strategia tanto semplice quanto produttiva: se parla come quando era ministro nel 1996 («Il governo è univocamente impegnato affinché si possa raggiungere un sistema che possa effettivamente operare in concorrenza»), non lo votano neanche a casa sua. Non lo votano perché il linguaggio burocratico che dice di aver parlato per anni tra i ’70 e gli ’80 è più morto del dio di Guccini. Meglio dunque titillare il simpaticone paesanotto che c’è in ognuno di noi. E per farlo come non imitare i leghisti delle origini del «sumari lumbard, paga e tàs» (somaro lombardo, paga e taci) e il Di Pietro del «che c’azzecca benedett’Iddio?».
Niente di originale. Ma sul populismo lessicale non c’è copyright. E allora giù un profluvio di similitudini e modi di dire raccattati tra pollai e botteghe: «Non si piccona la ditta», «abbiamo delle beghe», «il Pd dev’essere come l’Avis o la bocciofila». Che non sono diverse da quelle di Tonino: «L’Idv è un piatto di pastasciutta con il formaggio», «le cicale della politica e le formiche del referendum» e «non vogliamo fare la pecora che segue il pastore». Solo attingono all’Oltrepò piacentino invece che alle zolle molisane.
Bersani parla talmente scarno e spartano che nemmeno l’ottomana della nonna. Si cuce la zeppola emiliana addosso come un’etichetta di indicazione geografica tipica e ci dà dentro con lo slang anti-moderno: «Mandar per pane i farmacisti», «devi levare un po’ di cuccia, se no la tieni sempre lì che succhia», «le lenzuolate le facciam dal basso». Un’analisi delle sue espressioni tra il gergale e il ruspante l’ha fatta Miguel Gotor, docente di Storia moderna, sulle pagine del Sole24Ore. Con una conclusione: Bersani parla così per evocare l’età dell’oro di Peppone e Don Camillo, intrisa di nostalgie, solidità ideologiche e concretezza. Con il rischio, però, di «parlare a una platea di cattolici e socialisti dell’Ottocento, come si fosse in un museo davanti a un Pellizza da Volpedo».
Al docente, Bersani ha replicato ricordando come gli italiani parlino ancora il suo idioma pre-Fininvest, rivendicando il fatto che Catone non gli imputerebbe di non conoscere ciò di cui parla. Cosa che in effetti non solo Catone, ma manco Gotor gli rimproverava. Il tutto in un piano di costruzione di «un partito popolare che non venga percepito come elitario e giacobino».
E dunque? «Parole chiare e nuove», come quelle agognate nella lettera inviata ai «cari iscritti» del Pd. E fa niente se «rimpannucciarsi» o «essere tutto riso e fagioli» ormai sono espressioni più in disuso del giogo dei buoi. Bersani continua col suo parlar chiaro, parlando invece oscuro per i figli della rivoluzione terziaria. Perché non basta avere un sito «accessibile anche ai possessori di palmari e Blackberry» (la mora, o «el muroon», lo tradurrebbero tra i gelsi della sua Padania) per raggiungere quelle «masse» che preferiscono il futuro agli zoccoli di legno. Perché, come scriveva Queneau, «la forza del linguaggio è una leva, da applicare con saggezza: non si solleva un masso con uno schiaccianoci». E se Bersani parla così, al massimo conquista i proletari orfani della bandiera rossa, non la maggioranza del Paese. I proletari e il leghista Calderoli, uno che del sermo humilis rivendica la paternità: «Tra lui e Franceschini scelgo lui: scopa nuova scopa meglio». E a quel paese l’ambiguità del sinonimo, benedetta lingua italiana!