Luca Telese
da Roma
Dopo le molteplici e felici incarnazioni delle vite passate, dopo il gettonatissimo rivoluzionario in cachemire e dopo il pacifista marziale (alla parata militarista ma con la spilletta della pace), dopo il presidente istituzionale che saluta i «soldati di pace», Fausto Bertinotti è arrivato alla sua ultima metamorfosi: il rivoluzionario «di scranno e di protesta». Fino a pochi mesi fa, i cronisti di Montecitorio ricordano che quando si andava a intervistare Pier Ferdinando Casini lallora presidente della Camera che era contemporaneamente leader dellUdc, quando veniva interrogato sulle vicende politiche che riguardavano il suo partito e gli schieramenti bipolari metteva una mano sul microfono e sussurrava con sguardo complice «questa domanda non me la fare». Mitico.
Tutto diverso il Bertinotti dassalto che nellultima settimana ci ha regalato una raffica di esternazioni «da battaglia» sulla Confindustria, sulle unioni civili, sulla Finanziaria, sulle pensioni... Sentite qui: «La legge sulle unioni civili è nel programma e va fatta». E ancora: «Pensioni? Penso che il programma sia un mandato vincolante. E le pensioni ci sono». Di più: «Sulla Finanziaria Confindustria sceglie la linea di opposizione al governo».
E poi, ancora più bello, sulle cosiddette «larghe intese»: «La grande coalizione? Io credo che non ci sarà... ma è come uno di quei cavalli ruffiani nelle corse ippiche: lo si fa correre nel circuito non per arrivare al traguardo ma per deviare la corsa dei cavalli più quotati».
Così, se si vuole capire dove va il Bertinotti «di scranno e di protesta» bisogna fare una piccola analisi politica e capire una strategia. Perché questa ultima accelerazione? Perché questo improvviso ritorno nel ruolo di ago della bilancia negli equilibri della maggioranza? Perché ritornare improvvisamente a dar voce a Rifondazione riconquistandone la leadership simbolica? Il primo motivo è incomprensibile ai più, tutto interno al suo partito e lo può capire solo chi conosce bene quelle vicende interne o compulsa con attenzione il dibattito sulle colonne di Liberazione. Il partito di Bertinotti e Giordano, infatti, in questi mesi ha tagliato lultimo legame con la più classica ortodossia neocomunista e ha gettato tutto il suo peso nella formazione del nuovo partito della «sinistra europea». Ha invitato a Roma leader del calibro di Oskar Lafontaine e Grygor Gysi, ha ceduto un altro frammento della sua identità in cambio della speranza nella formazione di una «nuova internazionale».
Nel fare ciò, ha messo nel dubbio qualcuno degli elettori più tradizionali, si è esposto ancora una volta alla concorrenza dei fratelli-coltelli del Pdci. E così, occorre una «compensazione immediata». Più si innova sullidentità più bisogna recuperare consensi sul piano della politica. Ed è così che nella manifestazione di stamattina scenderanno in campo tutti i dirigenti politici di primo piano: il sottosegretario Rinaldi (lex sindacalista che sciopera contro il suo stesso ministro) e tutto il partito che si ricongiunge a una base desiderosa di mobilitazione.
Il secondo motivo è, per così dire, «esterno». Proprio nei giorni in cui ricorre lanniversario della caduta del governo Prodi, e della crisi che laveva preceduta solo 12 mesi prima, Franco Giordano e Fausto Bertinotti hanno ben presente lerrore da non ripetere. Da un lato, quello di non apparire «settari» agli occhi della base ulivista; dallaltro, quello di non apparire moderati agli occhi dellelettorato tradizionale di Rifondazione. Così, la «terza via» è una sola. In un momento di smarrimento dellidentità prodiana, assumere la posizione più forte allinterno del governo ed egemonizzarlo con le proprie parole dordine.
Una mossa che è già riuscita con loperazione «anche i ricchi piangano». Rifondazione vuole dire a tutto il centrosinistra: «Siamo noi i cani da guardia delle politiche più radicali».
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