Dalla Bindi alla laurea di Di Pietro Berlusconi show tra gli studenti

MilanoLe note de L’istrione sono arrivate dopo un po’, l’istrione è entrato quasi subito. Su un ascensore «bonificato» da giorni, circondato da un allertatissimo servizio di sicurezza. Dalla statuetta contundente al Duomo originale, da Mariano Apicella a Charles Aznavour. Su in cima. Con Milano per aria, occhi negli occhi con la Madonnina, ma in ginocchio davanti a lui. A loro: a Silvio Berlusconi e allo chansonnier. Uno premiato per le sue doti di «grande statista», l’altro celebrato per quella voce impastata dagli angeli, anche oggi a 86 anni. Secco d’energia, bassino e prepotente Charles. Non esiste scenario più bello nella capitale morale d’Italia per celebrare qualcuno. Le guglie, il cielo caldo sopra la testa sono stati ieri sera i compagni di viaggio per 400 vip che erano altrettanti perché: tutti i perché che hanno saputo spingere in avanti le lancette del futuro, della ricchezza, dell’imprenditoria. Tutti sul montacarichi, in sette alla volta, per arrivare sul tetto del Duomo. Tutti ad attendere il proprio turno a naso in sù, mentre le hostess spruzzano spray antizanzare: Far from heaven. La Provincia ha compiuto 150 anni e c’erano tutti a festeggiare lei e il suo presidente, Guido Podestà. Quattrocento ospiti paganti (ogni biglietto costava 2euro, «sforzo» per finanziare il restauro della Guglia maggiore da parte della Veneranda Fabbrica del Duomo), più gli invitati. Politici, imprenditori, giornalisti, finanzieri, il presidente della Regione Roberto Formigoni, il sindaco di Milano Letizia Moratti che intona col premier «O mia bela Madunina». E tutto il partito lombardo: Ombretta Colli, Daniela Santanchè, Mariastella Gelmini, Riccardo De Corato, il sottosegretario Paolo Bonaiuti, i ministri Ignazio La Russa e Michela Vittoria Brambilla. Poi don Luigi Verzè, che ha ricevuto il «Premio Grande Milano» ringraziando Gesù, suo socio di maggioranza, e il presidente della Veneranda Fabbrica del Duomo, Angelo Caloia. E ancora: Fedele Confalonieri, Emilio Fede, Ennio Doris, il direttore del Giornale Vittorio Feltri. Paolo Berlusconi si è concesso così ai microfoni: «Mio fratello è entrato nella storia, tutti i leader del mondo lo riconoscono. Nessuno è perfetto, nemmeno mio fratello. Nessuno cammina sulle acque». Poi tutti seduti in file ordinate ad ascoltare. Prima Berlusconi: sui successi del governo, sulla sinistra priva di ironia, sulla follia visionaria dei milanesi che settecento anni fa hanno costruito il Duomo, sul premio che gli hanno consegnato «di solito sono allergico ai riconoscimenti, ma questo lo prendo. Sono certo che domani sull’Unità troverò un debito commento». E poi ancora, a riempire i minuti lasciati vuoti da Aznavour che tardava ad arrivare. E lui che in francese annuncia «il grande Charles» e un concerto inspiegabile per bellezza. «Io sono un istrione/ma la genialità è nata insieme a me. In una stanza di tre muri tengo il pubblico con me/sull’orlo di un abisso scuro...» cantava per lui (ma non con lui perché «Berlusconi canta assieme a Trenet» ha spiegato prima di esibirsi) «quel genietto della lampada» come Edith Piaf amava definire monsieur Charles, il grande armeno. E Berlusconi in estasi, col suo premio tra le mani (Porta del sole, porta della luna, l’opera dell’artista Alberto Ghinzani), le beghe politiche schiacciate sotto centinaia di metri, i veleni abbandonati sul marciapiede, i toni troppo acuti a perdersi in basso, senza poter salire, come i contestatori di «Qui Milano libera» che protestavano in piazza contro il concerto fra le guglie. Lui stava in alto ieri sera, con Aznavour attorno, dappertutto. E la Milano che se lo meritava su con lui che, negli ultimi quarant’anni, di Milano è la sintesi. È stata una serata esclusiva. Sì, e allora, che male c’è, chi l’ha detto che tutto deve essere per tutti?