Bocchino accusa il premier per difendere la moglie Ma sorvola sulla «suocera»

RomaEndemol e At Media per Bocchino pari sono. Uno dei maggiori produttori mondiali di contenuti televisivi e la piccola società controllata dalla «suocera» di Gianfranco Fini per l’ex vicecapogruppo vicario del Pdl alla Camera sono più o meno la stessa cosa.
Stuzzicato da Sky Tg24 sulle recenti inchieste del Giornale, Bocchino non ha trovato di meglio che «attaccare» il produttore di format controllato al 33% da Mediaset. Sollevando una delle argomentazioni-principe dell’antiberlusconismo di sinistra: il conflitto di interessi. Sì, perché, interpellato sulle notizie riguardanti la Goodtime Enterprise della moglie Gabriella Buontempo, Bocchino ha affermato che «sul Giornale non c’era nessuna accusa, c’era scritto che mia moglie fa la produttrice a prezzi di mercato, se non inferiori» e «citava Il Grande Torino che è stato campione d’ascolti».
I toni, però, cambiano quando gli si domanda di Per capirti, lo spazio all’interno di Festa Italiana, prodotto dalla At Media di Francesca Frau, «suocera» del presidente della Camera. Un milione e mezzo per una striscia quotidiana che grandi ascolti non ne fa. Lì Bocchino ha utilizzato ben altro vocabolario. «Quella è spazzatura, è solo spazzatura!», ha replicato aggiungendo che «non c’è nulla di illecito: è come se accusassi che il maggior percettore di soldi per le produzioni Rai sono Silvio Berlusconi e i suoi figli» che ottengono «i contratti più importanti». Insomma, è sempre colpa del Giornale che «usa una non-notizia per produrre la bastonatura quotidiana nei confronti di persone che non sono gradite alla linea da falchi pro-Berlusconi».
Per l’ex vice di Cicchitto, questo stato di cose «non è affatto scandaloso perché lui è proprietario di Endemol che è la più importante società» del settore e «produce ricchezza e audience», mentre «sarebbe scandaloso se si facessero scelte fuori mercato». Magari, ma questo Bocchino non l’ha detto, come quelle di «appaltare» a un produttore esterno una parte di un programma che potrebbe essere totalmente «made in Rai».
Italo Bocchino ha trovato anche la soluzione al conflitto di interessi: una proposta molto somigliante a quella del governo Prodi. «Se vogliamo fare un codice etico per cui con la Rai non possono avere nulla a che fare i parenti fino al sesto grado di chi siede in Parlamento, sarei d’accordissimo: però il maggior colpito sarebbe Berlusconi, che è il maggior beneficiario insieme ai sui figli». Pronunciate da un vietcong della minoranza Pdl, le parole assumono i contorni della minaccia.
Le altre dichiarazioni sono tutte intrise di frazionismo «finiano». La riforma della Costituzione e quella della giustizia «interessano pochissimo gli italiani», bisogna invece cambiare «il fisco, il lavoro e la previdenza che sta costringendo i giovani a vivere da indebitati». Scajola? «Solidarietà umana», certo, ma è il ministro a dover «chiarire quanto prima questa vicenda» perché «la politica deve essere trasparente, non ci deve essere nemmeno un centimetro quadrato di ombra per l’opinione pubblica». Dunque, le priorità dell’agenda di governo devono essere ribaltate mettendo «subito all’ordine del giorno il ddl anticorruzione» e, «con un voto bipartisan», approvarlo «il prima possibile».
Ovvio che le repliche non siano state tenere. A partire da quella del presidente di Endemol Italia, Paolo Bassetti, che ha ricordato come Mediaset (che fa capo al premier tramite Fininvest; ndr) «non è proprietaria di Endemol Holding, ma ne ha il 33%» e comunque il produttore «è indipendente dalla politica e in Rai ha lavorato molto di più col centrosinistra». La risposta politica più dura è quella del coordinatore Pdl, Sandro Bondi («Meschine scaramucce da cortile»). Per Osvaldo Napoli, Bocchino «è come dottor Jekyll e mister Hyde: oggi definisce marginali le riforme che fino a poco tempo fa condivideva». Misteri buffi della galassia finiana.

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