Boom di stranieri nelle scuole: parte il censimento degli allievi

Non ha tregua la contestazione ai tagli degli organici nella scuola milanese. Venerdì le organizzazioni sindacali unitariamente hanno promosso un presidio all’ufficio scolastico regionale per ribadire la richiesta delle compresenze alle elementari. Ma il confronto è stato rinviato a questa settimana, quando si dovrebbe insediare il neodirettore scolastico regionale Giuseppe Colosio. «Il modello milanese del tempo pieno – spiega Rita Frigerio, responsabile della Cisl scuola – deve essere garantito. Perché sia garantita la qualità del servizio alle nostre famiglie in una realtà particolarmente complessa, soprattutto per il crescente numero di alunni stranieri». Secondo i dati più recenti sono 46mila gli studenti non italiani iscritti nelle scuole di Milano e provincia. Ma il dato censito dal ministero non è certo aggiornato. Per questo Rita Garlaschelli, responsabile per l’Ufficio scolastico provinciale, ha avviato in questi giorni un censimento autonomo della situazione: le scuole dovranno rispondere entro martedì prossimo. Un intervento rivoluzionario. Perché per la prima volta si cerca di distinguere tra la massa di stranieri che frequentano i nostri istituti, i cosiddetti Nai, ossia i «neoarrivati in Italia».
Una distinzione fondamentale per affrontare il problema dell’integrazione scolastica e, di conseguenza, per gestire le risorse necessarie di insegnanti specifici detti «facilitatori» di apprendimento che 10 anni fa erano 700 e attualmente sono un centinaio. Sempre più stranieri, e sempre meno facilitatori. Una realtà che potrebbe peggiorare appunto in seguito ai tagli: per questo diventa fondamentale capire come affrontare la situazione utilizzando al meglio le risorse. E in questa prospettiva la distinzione tra stranieri generici e Nai diventa fondamentale. Dice Elio Gilberto Bettinelli, il docente della Bicocca che si occupa specificamente dell’integrazione scolastica: «Sarà bene parlare il meno possibile di alunni “stranieri” in generale, raggruppando in un’unica definizione su base giuridica una varietà amplissima di storie e percorsi personali: la cittadinanza spesso non è rilevante nell’affrontare tematiche pedagogiche e didattiche. Infatti, se il tema fosse l’apprendimento della lingua italiana, non avrebbe senso definire un alunno di 12 anni su tale base, quando egli è nato ed è stato secolarizzato in Italia. Diverso sarebbe ovviamente se il problema fosse lo spazio scolastico da riconoscere alle culture cui fanno riferimento gli alunni figli di immigrati. In Italia, sono classificati come stranieri, bambini e ragazzi che in altri Paesi europei non sarebbero considerati come tali in quanto nati in quei Paesi. Non ci riferiremo agli alunni stranieri ma agli alunni non italofoni o ancora non sufficientemente italofoni, vale a dire ai bambini e ai ragazzi giunti nel nostro Paese al massimo da due anni che rappresentano una percentuale ridotta e minoritaria degli alunni».
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