Telefoni e computer stanno diventando sempre più cari a causa della corsa dei colossi della tecnologia all’intelligenza artificiale. Nel 2026 i rialzi hanno raggiunto il 30% per alcuni modelli. Il motivo? Chi produce le memorie, componenti essenziali per l’elettronica di consumo, guadagna molto di più vendendo ai data center.
Apple è stata la prima azienda a mettere a nudo il problema. Il 25 giugno ha annunciato l’aumento del prezzo dei Mac e degli iPad. Il 9 settembre, in occasione del lancio dei nuovi iPhone 18 Pro, ha annunciato il nuovo listino. In Italia l’iPhone 18 Pro da 256 giga parte da 1.489 euro. Il 17 Pro, con la stessa capacità di archiviazione, era stato lanciato a 1.339 euro: la differenza è di 150 euro.Gartner stima che alla fine del 2026 il costo combinato di Dram e Ssd sarà cresciuto del 130% rispetto all’anno scorso. Questo determina un aumento dell’incidenza dei costi della memoria sul costo di produzione: dal 13% per uno smartphone o dal 17% per un Pc fino al 23% del costo di base.
«Nel 2025 questo parametro era del 16%», spiega al Giornale Lucio Lamberti, professore ordinario di marketing analytics alla School of Management del Politecnico di Milano. Questi dati sono da leggere insieme ai numeri di Idc, società di ricerca sul mercato tech, che ha stimato che il prezzo medio di uno smartphone è aumentato del 30% in un anno. Oggi uno smartphone in media costa 580 dollari (circa 518 euro), il 27,6% in più rispetto al 2025, e non sorprende che il numero di unità vendute sia calato di circa il 17%. «Di fatto la memoria fondamentale per far funzionare l’intelligenza artificiale, la cosiddetta Hbm, sta assorbendo quasi il 30% della capacità produttiva a livello mondiale di memoria Dram, mentre fino a poco fa ne rappresentava solo il 20%» prosegue.
Si è creata una competizione tra i computer di casa e i data center. «Con la differenza che i data center partono da una posizione di vantaggio rispetto a un consumatore». Questo è un cambio di paradigma. «Per circa una ventina di anni l’elettronica di consumo ha dominato la domanda. Col passare del tempo si otteneva una tecnologia a parità di prestazioni a prezzi sempre più bassi. Cioè lo stesso telefono veniva commercializzato a un prezzo inferiore. L’IA sta interrompendo questo meccanismo».
E la situazione non cambierà finché i rapporti di forza tra i data center e l’elettronica di consumo rimarranno quelli attuali. Questo collo di bottiglia si è creato anche perché produrre più semiconduttori è molto costoso: mettere in piedi una fabbrica di chip richiede un investimento miliardario che necessita di molto tempo per ottenere un ritorno. «Per questo è improbabile immaginare una risposta rapida alla scarsità di queste risorse» aggiunge Lamberti.
Inoltre, dal momento che utilizziamo sempre più frequentemente l’intelligenza artificiale sulle app o sui nostri sistemi domestici, il contenuto di memoria di alta qualità all’interno dei dispositivi sta aumentando. «L’IA nei data center sottrae capacità produttiva e l’IA dentro i dispositivi aumenta ulteriormente la domanda e il contenuto tecnologico del prodotto. Questi due fenomeni, sommandosi, creano l’inflazione».
Le aziende poi stanno tagliando i modelli più economici sia per ottenere margini più alti sui prodotti più performanti, sia perché è diventato troppo oneroso produrli rispetto al guadagno effettivo. Il problema è che «tagliare il basso di gamma crea strutturalmente un’inflazione che non è legata al fatto che lo stesso prodotto costa di più, ma al fatto che non è più disponibile il prodotto più a buon mercato» conclude il professore. L’effetto principale potrebbe non essere più vedere un computer che passa da 799 a 899 euro, ma potrebbe essere il fatto che i computer che adesso sono sul mercato a 499 euro non ci saranno più.
