All’improvviso Ruben Amorim ha tirato fuori gli artigli. Devono essere state le critiche diffuse dopo il pari di Torino con la Juve addizionate ai rischi di questo viaggio all’Olimpico con la Lazio capolista (terza trasferta in 4 partite). Di sicuro, dopo un inizio di conferenza molto politically correct, è spuntato fuori il nervo scoperto, quello di sentirsi quasi straniero in patria a Milanello, sottoposto a giudizi feroci per aver promesso il famoso «calcio dominante» senza averlo ancora mostrato. Dev’essere per questo che nutre una particolare simpatia per Rino Gattuso, definito una leggenda ma soprattutto un modello «perché dimostra in modo perfetto che nel calcio il talento da solo non basta». Lui, Rino, a dire il vero ha un solo sogno da coltivare: scontata la voglia di battere il Milan, semmai «di rivedere l’Olimpico pieno», cosa
che non ci sarà neanche in questa occasione. Ecco allora gli effetti sull’umore di Amorim del pareggio di Torino. «Mi ha aperto gli occhi. Ho come l’impressione che non aspettavate altro, capisco voi italiani che guardate un allenatore straniero» la battuta ammorbidita con l’elogio del lavoro di Spalletti, «il vostro Spalletti che si è rivelato più bravo». Sotto sotto è questo il tasto su cui ha lavorato nei giorni scorsi («spero che stiano ascoltando le mie parole»). E tanto per essere chiaro, rivendica la propria identità quando gli propongono il paragone col modello «Como di Fabregas». Qui la risposta è all’arsenico e vecchi merletti: «Io non ho mai copiato nessuno, ho il mio stile. Se volete il Milan come il Como dovete chiamare Fabregas!».
Che Amorim abbia idee e metodi suoi è noto. Lo rivendica anche quando si passa ai problemi calcistici del Milan. Per esempio Pulisic tenuto fin qui
in disparte. «Mi piace molto quando qualcuno dei miei mette il muso perché non gioca... mi faccio guidare da quello che vedo in allenamento». Come sul conto di Bondo: «Non sarà reintegrato, abbiamo una rosa chiusa». Oppure nei confronti di Modric: «Capisco che non possa andare sempre in pressing ma per la gestione del possesso palla è fondamentale». E infine i giudizi sparsi sul conto di Cisse («gioca meglio fuori che a San Siro, pronto per la Nazionale»), di Loftus Cheek («non deve giocare solo i primi 5 minuti»), di Rabiot («può giocare a centrocampo e più avanti») per concludere che l’unica modo per replicare alle critiche post Juve è «risultare perfetti». Mica facile.
