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Nella leggenda

Lascia un vuoto enorme in tutti gli amanti dello sport

Il dolore per la scomparsa di Franco Baresi non tocca solo i milanisti, per cui è stato una bandiera unica. Lo piangono tutti gli amanti dello sport e chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare in Nazionale

Franco Baresi ai Mondiali di Italia 1990

La morte è un passaggio della vita sempre difficile da accettare. Anche per chi ha fede. Quel passaggio repentino tra il calore e il freddo, tra il suono e il silenzio, tra l’esserci e il non esserci. Ne hanno scritto e parlato in tanti nel corso dei secoli, ma il mistero della vita resta immutato nella mente dell’uomo. La morte di Franco Baresi tocca il cuore di tutti gli amanti del calcio, a prescindere dai colori della maglia che ha indossato. Lui era - e resterà per sempre - un rossonero, nel cuore e nella mente, avendo legato la propria vita calcistica al Milan, anche dopo aver appeso gli scarpini al chiodo. Però il dolore per la sua scomparsa tocca tutti. E non può non essere così.

Chi abbia avuto la fortuna di vedere qualche partita del grande Milan degli anni Ottanta e Novanta non potrà non ricordare che, accanto ai grandissimi campioni olandesi i rossoneri avevano anche un blocco italiano coi fiocchi, e a primeggiare in quel manipolo di campioni nostrani c’era proprio lui, Franco Baresi, il Kaiser Franz. Ruolo libero, come si diceva un tempo, o meglio difensore centrale, fermo ed elegante, in grado di difendere come una roccia ma anche di impostare le giocate partendo dal basso. Baresi era un giocatore moderno, uno che potrebbe trovare posto anche nel calcio di oggi.

Tutte le squadre, in Italia e all’estero, lo ricordano oggi. Un onore che, di solito, spetta solo ai campioni più grandi. I campioni assoluti.

L’amore indiscusso di Baresi per il suo Milan non aveva uguali. Lo dimostrò anche quando, all’apice del successo, arrivarono per lui le sirene del grande Real Madrid, la squadra più blasonata del mondo. Ma le bandiere sanno dire no, grazie. Così come fece lui, senza alcuna esitazione.

E che dire di quel maledetto 17 luglio 1994 a Pasadena (California). Rientrato in campo ad appena 25 giorni da una delicata operazione al menisco che lo aveva messo KO proprio alla vigilia dei Mondiali negli Stati Uniti, Baresi disputò una finale incredibile, riuscendo ad azzerare l’attacco brasiliano formato da Romario e Bebeto. Centoventi minuti di battaglia, con trentasei gradi di temperatura e un’umidità senza senso. Baresi resistette fino alla fine, stringendo i denti e soffrendo come non mai. Non si tirò indietro neanche alla fine, quando andammo ai rigori. Portò il pallone sul dischetto e calciò fuori, sopra la traversa. Una fitta al cuore, suo e di tutti gli italiani. Una beffa incredibile.

L’Italia perse ai rigori (dal dischetto sbagliarono anche Daniele Massaro e Roberto Baggio) e la coppa del mondo andò al Brasile. Niente lieto fine, purtroppo. Ma, nonostante quel “lutto nazionale”, il suo eroico sacrificio, condito dalle lacrime finali dopo la sconfitta, rimase nella leggenda del calcio azzurro. Impossibile non amare un giocatore così.

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