Devi avere vissuto a Torino, avere usmato il profumo del Filadelfia, poi salire a Superga, per comprendere che cosa significhi chiamarsi Mazzola.Devi aver vissuto a Milano, avere ascoltato l’urlo di San Siro, poi passare da Appiano Gentile, per comprendere che cosa sia stato Mazzola. Valentino e Sandro, senza dimenticare Ferruccio, una fetta grandissima della storia del calcio italiano e poi mondiale, il Grande Torino, la Grande Inter, un passato di gloria che ritornava sempre e oggi non ha più la nuvola bianca ad accompagnarne la memoriali. Alessandro Mazzola, Sandro, Il Baffo, Mazzazandro ha finito di soffrire, non era certamente lui quello procedeva faticosamente un piccolo passo dietro l’altro sul prato di San Siro, il prato delle sue imprese, il gol come un fulmine, derby, febbraio 24 del’63, Di Giacomo-Mazzola-Suarez-Corso-Mazzola-Suarez-Di Giacomo-Mazzola gol, tutto in secondi tredici, da illustrare ai docenti contemporanei. Altri tempi, altro football? Per niente, Mazzola è stato il calcio moderno in anticipo di mezzo secolo, il suo stile era astuto, veloce, reattivo, geniale, non aveva l’eleganza di Rivera, suo coinquilino di dibattiti ideologici, aveva, però, il senso e il fiuto dell’area di rigore per poi arretrare e invitare, con il lancio, i sodali verso il gol. Non aveva fisico possente ma sapeva sfruttare l’abilità del movimento, il dribbling elettrico, il palleggio acrobatico e circense, sei tocchi nell’aria di Berna, quasi camminando, contro la Svizzera e gol, altri colpi spettacolari al Real Madrid e al Vasas, coriandoli, oggi bagnati.Riporto un ritratto che Gianni Brera gli dedicò, scrivendo di altri concorrenti alla fama: «Nasce come prodotto sintetico del calcio milanese, che lo vuole degno del padre morto a Superga.Meazza lo chiama Cretinetti e lo insulta quando esagera nel tener palla mentre i compagni sono già piazzati in attesa del lancio o del passaggio. Ossuto al punto da denunciare momenti di rachitismo (come Rivera che è un brevilineo di statura abbastanza alta. Fronte quasi olimpica, testimone di notevoli sconquassi ereditari. Cosce ipertrofiche rispetto alla struttura alquanto esile. Da queste cosce, immagino, gli viene una facoltà discatto che Rivera e Boniperti non posseggono e ancora la particolarità di tendere la gamba al tiro mentre il piegamento del ginocchio induce gli avversari ad attendere un altro passo di corsa.
Destro secco e improvviso. Tiro forte con i due piedi (Egotismo quasi infantile, per cui passa la palla solo quando è marcia, non curandosi affatto di dosarla come garberebbe a chi la riceve). Povero senso registico, nonostante le ambizioni. Notevole paura nelle entrate acrobatiche (idem per Rivera, un po’ meno paura aveva Boniperti che pure non era un eroe). Viene lanciato nell’Inter e vi figura bene per il costante sacrificio di Milani, il suo panzer di approccio. Intelligenza discreta come la cultura. Detto questo confermo di avere sempre considerato Rivera e Mazzola due grandi mezzi giocatori e Boniperti grande in assoluto. Spero mi crediate. Vi saluto cordialmente». Ovviamente il mezzo giocatore fu una delle mille provocazioni del Maestro, però il confronto riguarda tre monumenti del calcio italiano, in ruoli analoghi, non uguali e con
personalità poco affini, rigoroso Giampiero, uguale da sempre Gianni, impreedibile Sandro con quella voce precaria e il mezzo, quello sì, toscano in bocca a completare il ghigno perfido. Mazzola calciatore ha messo assieme una banca sontuosa di trofei e riconoscimenti, gli è mancato il Pallone d’Oro che invece è andato al rivale mandrogno, ma questi sono dettagli, note a margine che non graffiano il quadro limpido. Il cognome storico è stato il suo passaporto mondiale, i brasiliani avevano ribattezzato José Altafini «Massola», per l’ondame biondo dei capelli e il ruolo di centrattacco, la fama di Valentino, l’eredità era pesante, il ricordo fortissimo anche se, in verità, il rapporto filiale al tempo non ebbe calori affettivi altrettanto presenti, vicende famigliari portarono Sandrino a vivere una esistenza diversa da altri suoi compagni di scuola ma c’era il pallone per continuare e questo fu.Il debutto coincise con il ritiro di Boniperti, il football sa allestire scene
che nessuna fantasia potrebbe immaginare, Sandro segnò l’unico gol su rigore nella squadra studentesca mandata in campo da Angelo Moratti ed Helenio Herrera per rispondere al potere del governo juventino e della presidenza federale, gestite entrambe da Umberto Agnelli. Da lì in poi, cronaca, storia, leggenda, i tre sostantivi che accompagnano i campioni, scudetti, coppe italiane,
europee, mondiali, oro con la nazionale azzurra all’Euro 1968, qualcuno trascura il suo secondo posto nella classifica del Pallone d’oro, il vincitore fu Johan Cruyff. Delle sue capacità manageriali riferiscono le cronache, Sandro è stato l’Inter ma l’Inter non è stata Mazzola e mille sarebbero le storie da raccontare.
Onore assoluto al campione, nostalgia per il bambino di sei anni che si fa allacciare al polpaccio il calzettone da suo padre Valentino, in tenuta da gioco, si china quasi sentendo il profumo del futuro e non quello del destino. San Siro celebra cent’anni, l’Inter gioca a Roma,
i secondi di silenzio in ogni dove saranno l’addio che nessuno voleva e che molti sapevano. Nell’aria malinconica di Milano, il fumo di un mezzo toscano.
