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Calcio

Mazzola e quell’ultima telefonata di un’amicizia lunga una vita

La storia tra Bruno Longhi e Sandro Mazzola non è una storia di cronisti e campioni. È una storia di ragazzi, cominciata su un filobus

Bruno Longhi Sandro Mazzola

C’è una frase che il giornalista Bruno Longhi non riesce a raccontare senza che la voce s’incrini : «Sandro sta malissimo». Gliel’ha detta un amico, ieri sera, al telefono. E lui, sulle prime, aveva pensato fosse una di quelle voci che girano su tutti, prima o poi, quando si arriva a una certa età. Poi ha capito. E ha capito che non era solo un uomo a morire: era «un mondo che crolla».

Perché la storia tra Bruno Longhi e Sandro Mazzola non è una storia di cronisti e campioni. È una storia di ragazzi, cominciata su un filobus. Longhi ne aveva tredici, Mazzola diciotto: si prendevano l’84 per andare a giocare entrambi sui campetti di Rogoredo, e Sandro — già figlio d’arte, già un nome che pesava, il predestinato che stava per sfondare — lo salutava con un cenno. Nient’altro. Ma quel cenno, in una Milano che non aveva ancora imparato a mettere distanza tra i suoi campioni e i suoi ragazzini, valeva più di qualsiasi intervista.

Il rapporto si è fatto vero anni dopo, quando Mazzola è diventato dirigente e Longhi cronista, e i due si sono ritrovati fianco a fianco a raccontare lo stesso calcio da lati opposti del microfono. Fu un’amicizia che, più di una volta, mise alla prova la professione di entrambi. Longhi ricorda una sera, nel 1982, mentre registravano insieme la trasmissione “Bomber” per andare in onda il sabato: si parlava del ritorno di Aldo Serena all’Inter dal Milan, un’operazione che si sarebbe chiusa ufficialmente solo il giorno dopo, con l’apertura delle buste a mezzogiorno. Dovevano fingere di non sapere nulla, per rispettare l’imposizione del presidente Giussy Farina di non anticipare la notizia. Qualcosa, però, filtrò prima del previsto, e Mazzola gliene fece una colpa amara: «Mi hai rovinato», gli disse.

Ma la fiducia, tra i due, era più forte di ogni scivolone. Longhi racconta di una radio privata dove registrava per conto di settanta emittenti, e di un pomeriggio in cui vide, per caso, un foglio su cui Mazzola aveva scritto la formazione dell’Inter dell’anno successivo: c’erano già i nomi di Falcao e Giordano. Mazzola appallottolò il foglio davanti a lui e gli chiese di giurare il silenzio: «Ti sarò riconoscente», gli disse. Mesi dopo Falcao sarebbe andato alla Roma, ma quel segreto custodito resta, nel ricordo di Longhi, la misura di un rapporto che il campione non concedeva a chiunque. Un’altra volta gli mostrò, nel suo ufficio, il contratto di Karl-Heinz Rummenigge, mentre tutti i giornali scrivevano di Sòcrates: un altro scoop, nato dalla stessa fiducia, con l’Inter che nel frattempo aveva mandato l’osservatore Bedin fino a Monaco di Baviera per seguire l’operazione.

È lì, nella sede nerazzurra, che Longhi colloca anche il cuore più umano del suo ricordo: Appiano Gentile, il centro sportivo dove l’Inter si ritirava e dove la vita aveva ancora il ritmo degli scherzi tra compagni — un capodanno con Herrera collegato in diretta con un campione lontano, e Mazzola che rientrava a fatica in ritiro dopo aver un po’ esagerato, con le bottiglie vuote nascoste dietro la porta a tradirlo davanti a tutti.

Era un calcio senza sponsor, senza vetrine, senza social. «Non c’era nulla», dice Longhi: solo un fotografo e un cronista di fiducia a costruire la fama di un uomo, e i tifosi che riempivano San Siro per la partita, non per posare. In quel mondo Mazzola restava «il Baffo» anche da dirigente, con il sigaro sempre acceso e il vezzo di chiamare tutti «sgiugador» — un modo per fare il boss prendendosi un po’ in giro da solo, perché in fondo, dice chi lo ha conosciuto per mezzo secolo, «non se l’è mai tirata. Mai».

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