Ci sono uomini che hanno giocato nell’Inter e uomini che l’Inter l’hanno incarnata. Sandro Mazzola apparteneva alla seconda categoria. Nerazzurro per una vita, prima in campo e poi fuori, conosceva probabilmente meglio di chiunque altro quella strana malattia che accompagna il club da sempre: la necessità di complicarsi la vita, di inseguire il campione impossibile, di essere sanamente folli. Quello che molti anni dopo sarebbe diventato semplicemente “Pazza Inter”. Mazzola era uno dei simboli della Grande Inter di Helenio Herrera, quella delle Coppe dei Campioni e delle Intercontinentali, ma quando smise di giocare non smise affatto di pensare da attaccante. Anche sul mercato cercava la giocata verticale, quella capace di cambiare improvvisamente una squadra. Nel 1977 appese gli scarpini al chiodo e passò senza soluzione di continuità dall’erba alla dirigenza. Proprio in quegli anni l’Inter mise le mani su Alessandro Altobelli, destinato a diventare uno dei più grandi bomber della storia nerazzurra, e su Evaristo Beccalossi, forse uno dei giocatori che meglio hanno rappresentato l’anima irrazionale, geniale e imprevedibile dell’Inter. C’è la sua impronta anche nel ritorno alla base di Walter Zenga, prima che diventasse l’Uomo Ragno, uno dei portieri simbolo del club. Ma sono soprattutto i nomi inseguiti a raccontare Mazzola. Michel Platini. Falcao. Karl-Heinz Rummenigge. Operazioni riuscite, sfiorate o soltanto preparate che fotografano come l’Inter non dovesse accontentarsi del giocatore giusto, doveva provare a prendere quello capace di accendere San Siro. Di accendere quelle luci. Di animare un pubblico difficile. Poi, molti anni dopo, arrivò Massimo Moratti. E Mazzola tornò dentro quella macchina meravigliosa e spesso incontrollabile che era l’Inter degli anni Novanta. Qui il suo Dna e quello del nuovo presidente finirono inevitabilmente per riconoscersi. Perché Moratti aveva la stessa attrazione per l’impossibile. Il simbolo definitivo fu Ronaldo. Quello vero direbbero i tifosi della beneamata. Nell’estate del 1997 il brasiliano era il calciatore che tutti volevano e che sembrava appartenere a un’altra dimensione. L’Inter decise semplicemente di andarselo a prendere. Moratti spinse, Mazzola partecipò al pressing e Milano si ritrovò il Fenomeno. Alla sua presentazione, accanto a Ronaldo, c’erano due monumenti della storia nerazzurra: Luis Suárez e proprio Sandro Mazzola. E Mazzola aveva capito una cosa dell’Inter: essere nerazzurri significa (anche) vivere pericolosamente. Significa poter sbagliare un acquisto, inseguire un sogno irrealizzabile, perdere per strada un Platini e poi, quando nessuno se lo aspetta, presentarsi al mondo con Ronaldo. Mazzola è stato anche questo: il filo che unisce la Grande Inter alla Pazza Inter. Uno che aveva vinto tutto con una squadra costruita quasi scientificamente e che, una volta diventato dirigente, continuava invece a cercare il lampo, il talento, l’intuizione. Il colpo da maestro. In pieno, meraviglioso, folle Dna nerazzurro.

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