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Calcio

Sandro Mazzola e quel padre perso troppo presto a Superga: il ricordo di Valentino che non lo ha mai lasciato

Il legame con il capitano del Grande Torino, il confronto con una leggenda e i ricordi custoditi per tutta la vita: il racconto di un figlio cresciuto con un’assenza impossibile da colmare

Sandrino Mazzola figlio del giocatore del Grande Torino Valentino Mazzola.
Sandrino Mazzola figlio del giocatore del Grande Torino Valentino Mazzola. ANSA

Per tutta la vita Sandro Mazzola, scomparso ieri 18 settembre, ha portato con sé un doppio nome; il suo e quello di suo padre Valentino, capitano del Grande Torino. Quando l’aereo della squadra si schiantò contro la collina di Superga, il 4 maggio 1949, Sandro aveva sei anni, cinque mesi e 23 giorni. Troppo piccolo, avrebbe raccontato molti anni dopo, per ricevere dal padre gli insegnamenti che arrivano crescendo. Di Valentino gli sarebbero rimasti soprattutto i ricordi dell’infanzia, i racconti di chi lo aveva conosciuto e un cognome con cui avrebbe dovuto confrontarsi per tutta la carriera.

La “mano” del padre al Filadelfia

Il primo ricordo di Sandro è legato proprio al Filadelfia, lo storico stadio del Torino. In un’intervista raccontò di entrarvi vestito da granata accanto a Valentino. “La sua mano destra stringe la mia. Mi poggia la sinistra sulla testa”. Poi c’erano i rigori con Valerio Bacigalupo: il portiere gli lasciava segnare e Sandro correva per il campo esultando. Era la mascotte del Grande Torino e aveva un armadietto negli spogliatoi accanto a quello del padre. La domenica entrava in campo insieme a lui, mentre nei derby contro la Juventus incrociava lo sguardo con il figlio del capitano bianconero Teobaldo Depetrini, anche lui accompagnato in campo dal padre. Erano i giorni dell’infanzia di Sandro, quando il Grande Torino faceva ancora parte della sua quotidianità e il Filadelfia era il luogo in cui il bambino viveva da vicino il mondo del calcio.

Una famiglia già separata

Prima della tragedia, la famiglia Mazzola si era già divisa. Valentino e la madre di Sandro, Emilia Ranaldi, si erano divisi. “Papà e mamma si erano separati. Io ero rimasto con lui e la sua nuova compagna”, raccontò Sandro. Il fratello Ferruccio viveva invece con la madre. Sandro trascorreva così a Torino la sua infanzia, immerso nell’ambiente del Grande Torino. Poi, il 4 maggio 1949, l’aereo che riportava a casa la squadra si schiantò contro la collina di Superga. Nell’incidente morirono tutti i componenti della squadra presenti a bordo. Sandro aveva appena sei anni. La notizia segnò per sempre la sua vita. Da quel momento avrebbe potuto ricostruire la figura di Valentino soltanto attraverso i propri ricordi d’infanzia e le testimonianze degli uomini che lo avevano conosciuto.

Il padre, un ricordo da ricostruire

È una delle frasi più significative dell’ultima intervista rilasciata da Sandro alla Gazzetta dello Sport. “Ero troppo piccolo per ricevere insegnamenti da papà, li ho conosciuti attraverso chi lo aveva conosciuto”. Tra queste persone c’era Giampiero Boniperti, che gli disse: “Sandrino, se dovessi fare una squadra, il primo che chiamerei sarebbe tuo papà”. C’era anche Gianni Brera, che secondo il racconto di Sandro considerava Valentino il più grande giocatore italiano della storia. E c’era Ferenc Puskás, che dopo la finale di Coppa dei Campioni del 1964, vinta dall’Inter contro il Real Madrid con due gol di Sandro, gli disse di essere forse degno di suo padre. Il riconoscimento degli uomini che avevano conosciuto Valentino assumeva così un significato particolare per Sandro, che per gran parte della vita aveva potuto conoscere il padre soprattutto attraverso i loro ricordi.

Il peso di essere il figlio di Valentino

Il cognome Mazzola non fu sempre facile da portare. Quando arrivò all’Inter, Sandro raccontò che alcuni tifosi lo confrontavano continuamente con il padre: “Quello non sarà mai come suo padre, se si chiamasse Brambilla e non Mazzola non sarebbe qui”. “Io ne soffrivo”, raccontò. “Tornavo a casa e non mangiavo, andavo direttamente a letto”. Anche quando diventò un calciatore affermato, il ritorno a Torino continuava a riaprire il ricordo dell’infanzia. “Ogni volta che tornavo a Torino mi sentivo come intronato: guardavo la basilica sulla collina e mi tremavano le gambe. Mi rivedevo bambino”.

L’armadietto di papà

Uno degli episodi che meglio raccontano quel legame risale a quando Sandro tornò al Filadelfia da calciatore dell’Inter. Lo storico magazziniere Gildo Zoso, che lo aveva conosciuto bambino, gli mostrò l’armadietto di Valentino. Sandro scoppiò a piangere. “Per me, Valentino Mazzola era il cimitero, i fiori e le lacrime di mia mamma”. Il ricordo del padre era dunque inseparabile anche dalla tragedia che lo aveva portato via. Sandro raccontò inoltre di essere tornato molte volte a Superga da solo, lontano dalle celebrazioni ufficiali.

Benito Lorenzi, il “secondo papà”

Dopo Superga, un’altra figura sarebbe stata importante nella crescita di Sandro, quella di Benito Lorenzi, detto Veleno. Valentino aveva contribuito alla sua convocazione in Nazionale e, dopo la tragedia, Lorenzi rimase vicino ai figli del capitano del Grande Torino. Li portava a San Siro e li accompagnava nell’ambiente dell’Inter. In un’intervista alla domanda se Lorenzi fosse stato il suo secondo padre, Sandro rispose: “Vero”. Raccontò anche che un anno gli regalò un paio di scarpe da calcio. Il legame con Valentino, quindi, sarebbe rimasto presente anche attraverso gli uomini che gli erano stati vicini e che, dopo Superga, continuarono a occuparsi dei suoi figli.

“La stringo ancora oggi”

A distanza di oltre settant’anni, il ricordo di Valentino era ancora intatto. Nell’ultima intervista alla Gazzetta dello Sport, alla domanda su cosa avrebbe detto al padre se avesse potuto stringergli ancora la mano, Sandro rispose: “La stringo ancora oggi: nei sogni entro con lui mano nella mano al Filadelfia”. Poi avrebbe parlato a Valentino dei suoi figli e dell’Inter, i due amori che, disse, si dividevano il suo cuore. Un’immagine che riporta Sandro al punto di partenza: il bambino del Filadelfia, accanto al padre, con quella mano stretta nella sua. Nel 2025, intervistato dalla FIGC per i suoi 83 anni, Sandro aveva immaginato ancora un dialogo con Valentino. Alla domanda su cosa gli avrebbe detto oggi, aveva risposto: “Oggi gli direi di non dirmi più niente”. E aveva spiegato: “Perché non sono capace di fare quello che vuoi che faccia come mi dicevi quando ero più piccolo e non riuscivo a fare niente”. Valentino era morto quando Sandro era ancora un bambino. Ma nei suoi ricordi, nelle parole degli uomini che lo avevano conosciuto e soprattutto nei suoi sogni, quella mano del padre era rimasta con lui.

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