Non solo capitano e bandiera ma anche dirigente con l’innata dote di talent scout. La vita di Sandro Mazzola nell’Inter ha avuto anche un secondo tempo, quando appesi gli scarpini al chiodo passò dietro la scrivania. Lo ha fatto in più tempi sotto le presidenze di Ivanoe Fraizzoli prima e Massimo Moratti poi. In verità cominciò a pensare da dirigente già nell’ultimo periodo della carriera, quando da capitano aveva poteri decisionali molto superiori al normale. Da dirigente fece subito centro alla prima mossa: impose a Fraizzoli di puntare tutto su Eugenio Bersellini, nonostante fosse appena retrocesso con la Sampdoria. Disciplina e rigore tattico, per Mazzola era quello che serviva all’Inter per tornare a vincere.
Per rinforzare l’attacco si rivolse alla vicina Brescia, andando a prendere Spillo Altobelli ed Evaristo Beccalossi, la coppia d’oro dell’Inter anni 80’, che portò lo scudetto nel 1980, l’ultimo con tutti i giocatori italiani e l’anno seguente si fermò con grande sfortuna in semifinale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. In quegli anni il calcio stava cambiando. La Figc aveva promesso di riaprire le frontiere tra il 1978 e 1979, facendo poi slittare il termine l’anno dopo. Il Baffo si fece trovare pronto e andò a prendere Michel Platini dal Nancy, facendogli firmare anche il contratto. La stella francese prese lo stipendio per due anni dall’Inter poi invece passò al Saint Etienne che nel 1982 lo vendette alla Juventus. Un grandissimo rimpianto come quello che porta il nome di Paulo Roberto Falcao, di fatto strappato alla Roma ma mai arrivato a San San Siro.
Mazzola trova un accordo che soddisfa Falcao e, tutto soddisfatto, lo mostra a Fraizzoli. È il colpo dell’anno. Il presidente è un signore d’altri tempi, un gentiluomo, forse però troppo ingenuo. Una sera, quando manca ancora l’accordo tra le società, per correttezza alza il telefono e chiama Dino Viola per annunciargli che ha tra le mani la firma di Falcao. Dall’altra c’era anche Giulio Andreotti, che blocca l’affare. Il primo periodo di Mazzola da dirigente interista si chiuse con l’avvento di Ernesto Pellegrini nel 1985. Troppo forti le divergenze di strategia. Il Baffo consigliava colpi in prospettiva, Pellegrini preferiva i grandi nomi come Rummenigge e Tardelli. Poi ci fu il grande ritorno, passando per la porta principale, quando nel 95’ Pellegrini passò il timone della società a Moratti. Con il primo mercato della sua nuova era, rivoluzionò completamente la squadra prendendo tra l’altro Javier Zanetti e Roberto Carlos. Tra i colpi che lo resero più orgoglioso, ci furono quelli di Ronaldo, spalleggiando Moratti in un acquisto che sembrava impossibile. Ed Andrea Pirlo, segnalato da Lucescu con un provino organizzato ad Appiano Gentile, che convinse subito anche Lippi. L’ultimo rimpianto porta invece il nome di Eric Cantona, incontrato in un blitz a Montecarlo. Si era quasi convinto ma poi decise di restare al Manchester United. Anche in quel caso il Baffo ci aveva giusto. In un calcio di dati ed algoritmi mancheranno tanto il suo stile e la sua competenza.
