Cari scrittori, siete diventati irrilevanti

A Torino grande successo per saggisti, giornalisti e personaggi tv. Gli
autori di narrativa invece hanno fatto flop. Segno che il nostro
panorama letterario soffre di mancanza di personalità. E di buoni libri

Federico Moccia: 32 persone. Javier Cercas, premio Salone del Libro: numerose file vuote. Antonio Scurati con Alessandro Bertante e Tommaso Pincio: semideserto. Paolo Nori: deserto. William Vollmann: deserto.
Ricapitolando: un bestsellerista, un grandissimo scrittore straniero, un quotato e ben noto autore italiano (Scurati) e infine due outsider di qualità indiscussa (Nori e Vollmann). Cinque personaggi diversi fra loro, eppure ugualmente interessanti se non interessantissimi nei casi di Cercas e Vollmann, i due fiori all’occhiello di questa edizione. Al Salone però hanno fatto tutti quanti flop in termini di presenze.
Piergiorgio Odifreddi: esaurito. Vito Mancuso: esaurito. Eugenio Scalfari: pienone. Gustavo Zagrebelsky ed Ezio Mauro: pienone. Alberto Asor Rosa ed Enzo Bianchi: pienone. Umberto Eco: esaurito. Micromega: esaurito. Vittorio Sgarbi: esaurito. Dario Fo: pienone. Giuliano Amato: esaurito. Cambiando genere. Margherita Hack: esaurito. Alberto Angela: esaurito. Luciana Littizzetto: esaurito. Gianantonio Stella e Sergio Rizzo: esaurito. Eve Ensler, Lella Costa, Lunetta Savino: esaurito. Mario Calabresi: esaurito. Hans Kung: esaurito.
Mi fermo qui. In sintesi. Fra gli incontri sold out di Torino, gli scrittori si contano sulle dita di una mano sola o poco più: Margaret Mazzantini, Erri De Luca, James Redfield, Valerio Massimo Manfredi e pochissimi altri, quasi sempre impegnati in dibattiti su argomenti extraletterari (come Michela Murgia o Paola Mastrocola). Al contrario volti televisivi e personaggi dai risvolti almeno potenzialmente politici sono andati alla grande.
Le vendite agli stand non danno indicazioni molto diverse, nonostante la narrativa, in linea di massima, sia sempre la parte più rilevante del mercato. Difficile fare i conti (siamo ancora troppi vicini alla chiusura) ma il volume d’affari è all’incirca quello dell’anno scorso. Mondadori ha venduto molta narrativa, Carlos Ruiz Zafòn e Mazzantini in testa. Einaudi pure, con Michela Murgia, Ernesto Ferrero e Niccolò Ammaniti. Ma la saggistica «varia» avanza. Feltrinelli segnala i monologhi di Saviano e il romanzo di Susan Abulhawa (Ogni mattina a Jenin). Fazi indica la guida alla saga di Twilight di Sthepenie Meyer e in generale la collana di teologia, curata da Mancuso, Campo dei Fiori. Con Gems torna alla ribalta la narrativa con John Stephens (L’atlante di Smeraldo) e Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh. Adelphi è soddisfatto del saggio di Robert Darnton Il futuro dei libri. Marsilio incorona Il mullah Omar di Massimo Fini. Il gruppo Rcs vede piazzato meglio di tutti l’atipico manuale di giardinaggio di Serena Dandini e Carta Straccia di Giampaolo Pansa. Per dare un’idea dell’ordine di grandezza di cui stiamo discutendo, aggiungiamo che 300-350 copie sono un signor risultato. Sopra, un trionfo.
Insomma, dove è finita la letteratura? Se il Salone del libro può essere preso come termometro della situazione culturale (e può senz’altro, almeno di quella mainstream, essendo l’appuntamento più atteso dell’anno) dovremmo forse concludere che è scivolata nell’irrilevanza. Non fa dibattito. E infatti i dibattiti che la riguardano sono per la maggior parte accuratamente evitati dal pubblico. Del resto perché non dovrebbe essere così? Senza andare fino negli sterminati Stati Uniti, in cui ci sono ancora giganti tipo Cormac McCarthy ma anche novità capaci almeno di dividere come Franzen o lo stesso Vollmann, facciamo un giretto dai cugini francesi più vicini e paragonabili a noi. Negli ultimi anni sono arrivati sugli scaffali: Le benevole di Jonathan Littell; Zona di Mathias Énard; La carta e il territorio di Michel Houellebecq. Qualità letteraria ineccepibile se non straordinaria (Littell ed Énard) unita a capacità di andare a toccare temi universali, spesso con un taglio spiazzante o scioccante. Risultato: polemiche, discussioni e vendite buone anche per romanzi difficili come Zona.
Purtroppo da noi non è così. L’ultimo libro (e contemporaneamente il primo da molto tempo a quella parte) a suscitare reazioni violente è stato Gomorra. Ma l’autore si è negato, putroppo per tutti, a ogni forma di reale discussione. Gli altri «casi» recenti da Giordano all’Avallone sono prodotti ben realizzati ma non hanno lasciato un segno profondo. Ancor meno influente è stata la romanzeria che va a rimorchio del tema politico del giorno, dal penoso filone anti-berlusca, a quello sul precariato e ora neo-operaistico. A proposito. L’insuccesso elettorale di Antonio Pennacchi e della lista fasciocomunista presentatasi a Latina risultando pressoché ignorata dagli elettori è l’ulteriore conferma. Cari scrittori, purtroppo non contate nulla.
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