Castellitto, clown felice: «Nella finzione c’è la vita»

nostro inviato a Venezia

Sergio Castellitto ha in testa un capello di paglia per proteggersi dal sole che lo fa assomigliare a una via di mezzo fra un posteggiatore ve un gigolo. È seduto a fianco di Jacques Rivette, mostro sacro del cinema francese, ottant'anni d'età e più di mezzo secolo di carriera, che ha al collo una sciarpa di lana per proteggersi dal freddo. Il regista rifiuta di spiegare perché abbia scelto l'attore italiano per il suo 36 Vues du pic Saint-Loup (da noi uscirà come Questione di punti di vista e Jane Birkin è la protagonista femminile) e in genere rifiuta di rispondere un po' a tutte le domande sul film. Ascoltandone alcune, non gli si può dare torto, ma l'impressione generale è che a Rivette di ciò che pensano gli altri non gliene frega niente, il che è comprensibile, ma non è educato.
Castellitto no, racconta, ironizza, è brillante, ma si capisce che non recita, è così. L'uno e l'altro, ciascuno a suo modo, sono insomma se stessi: solo che Rivette ha il futuro nel proprio passato, mentre Castellitto ha ancora tutta la vita davanti.
Scomparsi i "grandi vecchi" del cinema italiano, questo cinquantenne né bello né brutto, mai gigione ma per niente tetro, è forse l'unico che al momento si possa definire come il loro erede naturale. È popolare, non disdegna la televisione, ma è amato anche dagli intellettuali e dalla critica. Due anni fa il Festival di Cannes lo chiamò a tenere una Lezione d'attore, cosa che si fa solo con i mostri sacri dello schermo. A Cannes, come del resto a Venezia, Castellitto è di casa e la circostanza che il giorno prima della proiezione di Questione di punti di vista, la moglie, la scrittrice e attrice Margaret Mazzantini, abbia vinto il premio Campiello per la narrativa, getta sulla sua figura una luce tutta particolare. Insomma, è famoso, ha una bella famiglia, è sposato con una donna colta e intelligente, non c'è fra loro rivalità, ma complicità. Lei aiuta lui nella scelta delle sceneggiature, nelle regie, lui aiuta lei nella scrittura: legge, ascolta, suggerisce, taglia. È una sorta di deus ex machina, insomma.
Forse è anche per questo che ha deciso di interpretare il film di Rivette, dove fa un italiano piombato all'improvviso nella vita di Kate e destinato a rivoluzionarla. «Be', diciamo che è un personaggio tipo della drammaturgia. Non si sa da dove viene né dove va. Quindi è il presupposto di ogni narrazione. Inciampando negli altri apre nuove possibilità. Io ho passato la mia vita a pensare che l'attore mette la verità nella finzione. Rivette mi ha insegnato il contrario. Interpreto un manager che entra in contatto per puro caso con un circo di provincia e, sia pure per breve tempo, si fa clown. Ora, la pista di un circo dove si racconta la finzione della vita è ancora più pericolosa della pista del vita. C'è più vita in quella finzione che nella vita stessa».
All'intreccio di verità e menzogna, Castellitto è affezionato, non per nulla il testo che presentava, un quarto di secolo fa, alle audizioni, era un monologo di Jean Cocteau, Le menteur, il bugiardo. Raccontava della noia per la vita e del piacere della menzogna. «Immaginare un mondo irreale e riuscire a renderlo credibile era il suo assunto. Non c'è miglior definizione dell'attore». Il rischio è il paradosso del «mentitore cretese»: «Tutti i cretesi sono bugiardi. "Di dove sei?", "di Creta"»... Ovvero nel non sapere mai se e quando si dice il vero. Questione di punti di vista lascia, per la verità, perplessi, carico com'è di figure emblematiche, dialoghi letterari, testo e sottotesto, teatralità voluta, umorismo involontario. «Il maestro Rivette è come un Dna» dice ancora sorridendo Castellitto. «Una formula base del cinema nella sua forma più potente e più moderna proprio perché archeologica». È un uomo felice Castellitto, in pace con se stesso e quindi con tutti.