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"Cattabiani dimostrò che esisteva una cultura alternativa alla sinistra. Ci fece scoprire Tolkien e i grandi reazionari. Gliela fecero pagare"

L’uscita dello "Zoario" è l’occasione per ricordare la più grande impresa editoriale di "destra" e il suo principale artefice: "Voleva scrivere una storia dell’immaginario, per dimostrare che certi simboli sono universali e riflettono una conoscenza diversa dal progressimo e dal materialismo"

"Cattabiani dimostrò che esisteva una cultura alternativa alla sinistra. Ci fece scoprire Tolkien e i grandi reazionari. Gliela fecero pagare"

Alfredo Cattabiani (Torino, 26 maggio 1937 - Santa Marinella, 18 maggio 2003) ha dedicato l'intera vita alla cultura tradizionale o sapienziale come amava definirla (destra/sinistra erano per lui termini troppo politici e illuministici), in alternativa più che in contrapposizione a quella in Italia egemone di sinistra o progressista. L'intento della sua vita fu quello di provare che essa era solo ignorata, ma esisteva e poteva essere una valida ed efficace visione del mondo diversa. Ci riuscì, pubblicando, curando, traducendo. Oggi l'editore Iduna porta in libreria una nuova edizione dello Zoario di Cattabiani, un insieme di storie e di immagini simboliche legate agli animali con i quali abbiamo maggior dimestichezza, il gatto, ad esempio. In origine pubblicato da Mondadori, lo Zoario non ha niente di folcloristico: è una lettura piacevole e insieme profonda. Chiediamo lumi al curatore Gianfranco de Turris, agitatore culturale e critico raffinato, che di Cattabiani fu amico e collaboratore.

De Turris, partiamo da Cattabiani scrittore. Lo Zoario è un insieme di storie sugli animali; se mettiamo in fila i suoi libri, ne esce una mappatura dell'immaginario. Com'è nata?

"In effetti è proprio così: Cattabiani voleva scrivere una Storia dell'immaginario. Era il titolo generale di una serie di libri che guardavano ogni argomento dal punto di vista simbolico, una prospettiva oggi sconosciuta e dimenticata. Sono usciti alla fine degli anni Novanta, e per giunta da un editore autorevole come Mondadori. Alfredo voleva dimostrare l'esistenza di una cultura alternativa a quella dominante, scientista e progressista, e lo ha fatto in concreto: non solo scoprendo molti autori ignorati, ma anche pubblicando libri come appunto lo Zoario. Dire "immaginario" e pubblicare gli autori prediletti da Cattabiani significava sposare una cultura che i marxisti giudicavano negativa perché irrazionale. Voleva semplicemente dimostrare che esisteva un'alternativa alla cultura dominante, quella che pretendeva di essere l'unica".

Che impressione le fa vedere oggi certi autori (Tolkien per primo) rivendicati proprio a sinistra?

"Mi viene da ridere. Ricordiamoci che fu Cattabiani, nel 1970, a pubblicare Il Signore degli Anelli in un unico volume, quello dalla famosa costola bianca e nera, su indicazione dei suoi consiglieri Elémire Zolla e Quirino Principe. Il libro era nato così: un primo volume era uscito per Astrolabio, che però non era una casa specializzata in queste cose, e andò male. Fu allora offerto a Cattabiani, che tra il 1969 e il 1970 aveva preso la direzione della Rusconi, e lui lo pubblicò integralmente nella traduzione di Vittoria Alliata, approvata, cosa che tutti dimenticano, da Tolkien stesso, morto nel 1973. Ebbe bisogno di qualche ritocco ma alla fine funzionò benissimo. Finché, per il tramite di Wu Ming 4, è stata rifatta da capo da Ottavio Fatica ed è diventata, non saprei come dire altrimenti, ridicola: toglie l'epica, perfino nei modi di dire e nella resa dei nomi. Si dimentica che Tolkien, come gli aveva suggerito C.S. Lewis, voleva scrivere un romanzo epico per la sua nazione, la Gran Bretagna, che ne era priva: il tono era quello. Tradurlo come è stato fatto adesso è penoso".

E al di là di Tolkien?

"È una bella rivincita vedere il trionfo del fantastico. Vuol dire che il pubblico di oggi ha superato certi pregiudizi imposti. Se ristampano questi titoli, evidentemente li vendono; e se li vendono, c'è gente, soprattutto giovani, a cui queste cose interessano e appassionano".

Parliamo della formazione di Cattabiani. Chi furono i suoi maestri?

"Alfredo era una persona coltissima fin da giovane, con una tendenza culturale già precisa. Si laureò con una tesi nientemeno che su Joseph de Maistre, e quando la discusse, dall'altra parte c'era Norberto Bobbio, che gliela scagliò contro. Lo stesso Bobbio che, come ha poi scoperto Pietrangelo Buttafuoco, aveva giurato fedeltà al fascismo per ottenere una cattedra universitaria. Da che pulpito vengono certe prediche".

Tra i suoi maestri, non all'università, c'è Del Noce?

"Il suo vero maestro fu proprio Augusto Del Noce. E la cultura che Del Noce denunciava era quella che lui stesso definì cattocomunista. Quando Cattabiani andò a dirigere le case editrici, prima dell'Albero, poi Borla, entrambe di Torino, e infine la Rusconi a Milano, pubblicò tutti gli autori che gli altri avevano dimenticato".

Cominciamo con le Edizioni dell'Albero. Ricordo di aver letto un Roger Nimier.

"Certo, gli Ussari di Nimier, alternativi all'esistenzialismo di Sartre. Da dell'Albero pubblicò L'uomo in allarme, il primo libro di Fausto Gianfranceschi, e il saggio fondamentale di Primo Siena contro Emmanuel Mounier, Il profeta della chiesa proletaria. Era il 1965. Poi passò a Borla, anch'essa di Torino".

Quale fu la scoperta con Borla?

"Mircea Eliade, a partire dal capolavoro Mito e realtà. Eliade era stato messo al bando dagli storici delle religioni progressisti e marxisti con pretesti politici. A Borla, Cattabiani lo scoprì organicamente e ne tradusse i saggi più importanti, quelli che hanno aperto molte menti, compresa la mia. È lì che pubblicò i suoi libri decisivi".

Poi c'è Rusconi, dove mise insieme un catalogo incredibile, con Del Noce e gli altri.

"Rusconi gliene diede la possibilità, pur non credendo molto in ciò che voleva proporre, a cominciare proprio da Il Signore degli Anelli, che gli sembrava un librone; ma Cattabiani lo fece con l'appoggio di Zolla e Principe, e scelse gli altri titoli con la loro consulenza e quella di Del Noce. Alfredo voleva dimostrare che esisteva una cultura (io la dico tradizionale, lui la diceva sapienziale) alternativa a quella progressista che andava per la maggiore e che ne negava l'esistenza. E dimostrò che esisteva. Pubblicò Guido Ceronetti, Cristina Campo, Ernst Jünger, Mario Pomilio, le opere di esordio del premio Nobel Patrick Modiano. Le basta?".

No!

"Aggiungiamo allora Augusto Del Noce, di cui pubblicò Il suicidio della rivoluzione e Il cattolico comunista, gli storici delle religioni Mircea Eliade, Seyyed Hossein Nasr, Ananda Coomaraswamy, René Guénon, lo storico dell'arte Hans Sedlmayr, il biologo Giuseppe Sermonti, Simone Weil, Fausto Gianfranceschi, Giuseppe Prezzolini, Joseph de Maistre, Pavel Florenskij, Juan Donoso Cortés. Erano spesso esordi o prime traduzioni mondiali. Adesso le basta?".

Sì... Che cosa significa "sapienziale"?

"Una cultura delle origini, della sapienza delle origini. Il suo punto di riferimento era la cultura dell'eterno contro l'effimero, del sacro e dello spirito contro il materialismo, della fantasia contro il neorealismo, della libertà contro il determinismo, della classicità contro il modernismo, dell'idealismo contro lo storicismo e lo scientismo".

Una grande operazione culturale, che però si scontrò con una marea di pregiudizi.

"Non solo pregiudizi: ostilità fortissime, capeggiate da Umberto Eco, buonanima. La Rusconi, boicottata su tutti i fronti, fu costretta a poco a poco a emarginare Cattabiani, che alla fine dovette andarsene da Milano e trasferirsi a Roma. Lì curò il settore culturale de Il settimanale, la rivista fondata da Rusconi. Quando la rivista chiuse, però, non trovò gli sbocchi che avrebbe meritato. Teneva una rubrica settimanale su Il Tempo, finché non fu aggredito dalla malattia. Mi telefonava e mi chiedeva sempre come stavo io; e io gli rispondevo: ma sei tu che devi dirmi come stai. Non gli ho mai sentito un tono lamentoso: era fatto così".

Poi Viterbo, poi Santa Marinella.

"Sì. A Santa Marinella, quasi esattamente un anno prima di morire, per i suoi 65 anni invitò tutti gli amici e organizzò una specie di festa che li riuniva. Solo dopo ho capito: sapeva di dover morire e voleva fare una sorta di addio. E infatti, ai funerali, venne proiettato un breve filmato in cui, seduto tranquillamente su una poltrona, salutava tutti. Una cosa impressionante. Un personaggio così non c'è più".

Era credente?

"Sì, era credente, naturalmente di un particolare tipo di cattolicesimo: lo si capisce anche dal fatto che volle quel funerale".

Mi racconta la storia del computer scomparso?

"Quando morì la moglie, Marina Cepeda Fuentes, io ero ad Acqui Terme per un premio. Mi arrivò la telefonata di una sua amica, che dopo la scomparsa aveva preso il cellulare di Marina e vi aveva trovato dei numeri da avvisare. La prima cosa che dissi fu: per favore, conservate il computer di Marina, perché lì dentro c'è tutto quello che resta di Alfredo, compresi gli inediti. Teneva, mi pare, una specie di diario personale forse destinato alla pubblicazione. Non ne ho più saputo nulla. Si è perso tutto, a cominciare dal Terrario, il volume rimasto inedito".

Nel panorama editoriale di oggi c'è qualcosa che si avvicina al Cattabiani editore?

"Sinceramente non mi viene in mente nessuno. Può darsi che ci sia qualcuno, ma non saprei dire chi".

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