Cento chili di morte per Milano Caccia agli obiettivi del terrore

È la domanda più inquietante che lascia intravvedere il fantasma di una strage che si è evitata per un soffio o forse per un miracolo. Cosa avrebbero voluto fare questi terroristi «fai da te» con cento chili di esplosivo? Che intenzioni avevano, quali erano gli obiettivi da colpire? Basta fare due conti per immaginare che nei loro piani probabilmente c’era qualcosa di più della fabbricazione di ordigni rudimentali.
Un quintale di nitrato di ammonio acquistato al Consorzio Agricolo di Corbetta. Quaranta chili ritrovati nel covo di via Gulli, in un appartamento al terzo piano nel «fortino» di abusivi e stranieri, che Mohamed Game, il kamikaze libico, usava come laboratorio insieme ai suoi due complici, l’egiziano Kol e il connazionale Israfel. Due chili quelli che l’attentatore si è portato in una borsa lunedì mattina prima di farsi saltare in aria davanti all’ingresso della caserma Santa Barbara, in piazzale Perrucchetti. E gli altri 58 chili allora che fine hanno fatto?
Dicono dalla polizia che con molta probabilità sono stati utilizzati dai terroristi per fare delle prove per preparare gli ordigni e gli investigatori sostengono che non c’è più materiale in giro. Aggiungono poi i tecnici della polizia che se fossero scoppiati tutti e due i chili di esplosivo che il 35enne libico teneva sottobraccio, sarebbe venuto giù l’arco della caserma. Ma il punto rimane sempre lo stesso, cosa volevano fare con tutto quel materiale?
Milano nel mirino degli attacchi terroristi. Quanto accaduto l’altra mattina in piazzale Perrucchetti conferma che da anni la metropoli meneghina ritorna nelle conversazioni degli estremisti islamici come obiettivo sensibile. Ci sono indagini attraverso le quali è possibile ricostruire una mappa del rischio, inchieste che parlano di progetti di attentati al Duomo, alla metropolitana e all’aeroporto di Linate. Il 18 aprile 2007 nel corso di un’udienza in cui era imputato di associazione per delinquere e terrorismo internazionale, era stato il pentito Jelassi Riadh a parlare del progetto di far saltare un furgone carico di esplosivo all’interno della caserma di via Moscova, di attacchi alla stazione Centrale e alla questura. Nemmeno un anno fa, a dicembre 2008 due marocchini vengono fermati a bordo di un’auto e arrestati al termine di un’inchiesta per terrorismo internazionale della Procura di Milano. Il processo è iniziato ieri, nel mirino dei due nordafricani era indicata anche la caserma Santa Barbara, oltre alla metropolitana e al Duomo di Milano.
Intanto a San Siro, colpito al cuore dall’attentato del 35enne libico, il quartiere ieri si è risvegliato nella paura. Lo si legge nei volti delle persone che camminano per strada, proprio nelle vie accanto a piazzale Perrucchetti e a via Civitali, la casa del kamikaze. Lo si sente nei discorsi della gente al bar. Il terrore che possa capitare di nuovo e che la prossima volta non si tratti di un miracolo o di una strage scampata. «Vogliamo la sorveglianza all’ingresso della scuola», dicono alcune mamme all’elementare di via Dolci, dove sono iscritti anche i figli di Giovanna M. e di Mohamed Game. «Non ci sentiamo sicure, e se un giorno venissero proprio qui a farsi saltare in aria?». Gli obiettivi sensibili di un terrorista non sono certo i bambini, le rassicura il preside dell’istituto. «Piuttosto i militari, ma c’è da augurarsi che si tratti solo di un gesto isolato di un disperato che si è fatto fare il lavaggio del cervello da qualche altro fanatico».
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