A Salto ci abita, ma il grande balzo Mark Lorenzo Finn l’ha fatto ieri, vincendo il Tour de l’Avenir, che per i giovani ciclisti U23 equivale da sempre al Tour de France. Insomma dopo aver vinto il Giro, il 19enne corridore ligure della Red Bull (la squadra di Evenepoel, ndr) si è portato a casa anche il Tour con la maglia di campione del mondo sulle spalle. Il ciclismo italiano, orfano di Nibali, sogna. In questa giovane Italia dei Sinner e degli Antonelli, entra di prepotenza anche il talento azzurro. “Lollo”, come viene chiamato dai suoi tifosi, ha tutto per inserirsi nel giro dei grandi e non è un caso che già dal prossimo mondiale ed europeo non correrà con i pari età, ma con la nazionale maggiore.
Finn come Pogaar, che l’Avenir lo vinse nel 2018. Se è per questo l’albo d’oro parla da solo: ci sono i nomi di Gimondi e Zoetemelk, Lemond e Mottet, Indurain e Fignon, Quintana e Bernal, Del Toro e Seixas. “Lollo” dopo 53 anni riporta la maglia gialla degli “espoir” in Italia: non si vinceva dai tempi di Baronchelli, che come Lollo vinse nello stesso anno Giro e Tour.
«È un sogno che si avvera, un traguardo importante per la mia crescita».
E adesso?
«Con calma mi godrò questo traguardo, in vista dei prossimi appuntamenti. Come sempre l’asticella si alza».
Poteva passare professionista già quest’anno, ma ha preferito attendere.
«Volevo godermi la maglia di campione del mondo che ho conquistato lo scorso mese di settembre e, di conseguenza, non volevo bruciare le tappe».
Giocava a “pallone” nella squadra del San Bernardino come difensore centrale.
«Come Evenepoel (ride): lui era forte, io un po’ meno. Diciamo che me la cavo meglio in bicicletta, dove sono un attaccante».
Quando l’anno della svolta?
«È il 2023, diciamo ieri: corro tra gli juniores con la maglia della CPS
Professional Team e lì arrivano le prime gratificazioni importanti, le prime vittorie».
Ha un sogno?
«Prendere il via al Tour dei grandi e vincere una tappa».
E vincerlo?
«È la logica conseguenza di tutti quelli che sono ambiziosi e decidono di spillarsi un numero sulla schiena».
Le piacerebbe diventare un fenomeno come Finner, pardon Sinner?
«Jannik è tanta roba, però non sarebbe male. Io predestinato? Speriamo..».
Nel tempo libero?
«Amo la tranquillità, stare con gli amici e camminare nei boschi con Fabiana, la mia ragazza».
Piatto preferito e squadra del cuore.
«Pasta al pesto con pochissimo aglio. Il Genoa».
Lei è cresciuto in una famiglia di ingegneri.
«Mamma Chiara (Iperti, ligure, ndr) e papà Peter (inglese di Sheffield, ndr) sono due professionisti, anche se ormai sono in pensione e la loro vera professione è seguirmi alle corse. Tra di noi parliamo inglese. “Dagghè Finn” è scritto ancora sull’asfalto davanti a casa nostra: rigorosamente in ligure».
