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Cinema

I sette film di Tinto Brass che hanno fatto scandalo

Da Paprika a Monella, passando per Così fan tutte: le pellicole che hanno alimentato scandali, polemiche e dibattiti

Tinto Brass

Con la morte di Tinto Brass si chiude un capitolo importante della storia del cinema italiano, quello di un regista che ha fatto dell’erotismo il suo marchio di fabbrica, trasformandolo in provocazione e motivo di scandalo. Tra pellicole diventate cult, scene audaci e polemiche che hanno attraversato decenni, Brass ha sfidato più volte la censura, ma alcuni dei suoi film hanno fatto discutere più di altri, lasciando un segno indelebile nel panorama del cinema erotico internazionale.

Caligola (1979)

Nato come un kolossal storico-erotico, sceneggiato da Gore Vidal e prodotto da Bob Guccione, fondatore della rivista Penthouse, “Io, Caligola”, uscito nel 1979, ebbe una lavorazione particolarmente travagliata. I forti contrasti tra Tinto Brass e la produzione portarono infatti all’estromissione del regista dal montaggio finale, dando origine a una lunga battaglia legale. A far discutere furono soprattutto i contenuti estremi della pellicola, tra violenza, perversioni sessuali e scene di nudo, che contribuirono a trasformarla in uno dei casi più controversi della storia del cinema erotico, fino al sequestro del film. E Brass finì per disconoscere il film, contestando il montaggio finale.

La chiave (1983)

Nel 1983 Tinto Brass diresse “La chiave”, con protagonista Stefania Sandrelli, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore giapponese Jun’ichirō Tanizaki. Il film segnò una svolta nella carriera del regista e contribuì a consacrarlo come uno dei nomi più rappresentativi del cinema erotico italiano. La storia, che esplora il desiderio, le fantasie sessuali e i tabù della coppia, ottenne un buon successo di pubblico e critica, ma suscitò anche polemiche, soprattutto tra alcune voci femministe, che rimproveravano al regista una rappresentazione della donna come oggetto sessuale. Le critiche arrivarono anche dagli ambienti più tradizionalisti, che gridarono allo scandalo per la disinvoltura con cui Brass portava sullo schermo temi che fino a quel momento erano considerati intoccabili.

Paprika (1991)

Nel 1991 Tinto Brass portò sul grande schermo “Paprika”, con una giovanissima Debora Caprioglio nei panni della protagonista Mimma. Ambientato nell’Italia del 1957, il film racconta la storia di una ragazza che entra in una casa di tolleranza e porta al centro della narrazione il mondo dei bordelli poco prima della loro definitiva chiusura, sancita dalla Legge Merlin del 1958. Ancora una volta Brass scelse di affrontare un tema scomodo, mescolando erotismo, ironia e provocazione. A far discutere fu soprattutto il modo disinvolto, quasi nostalgico, con cui veniva raccontata la prostituzione nelle case chiuse, senza rinunciare a scene di sesso esplicite e a una rappresentazione del piacere femminile lontana dai moralismi dell’epoca.

Così fan tutte (1992)

Nel 1992 Tinto Brass diresse “Così fan tutte”, con Claudia Koll protagonista nei panni di Diana, una donna sposata che, spinta dalla noia e dal desiderio di nuove emozioni, vive diverse avventure extraconiugali. Il film fece discutere per il modo esplicito con cui affrontava il tradimento femminile. Il tema sfidava, infatti, la morale borghese dell’epoca, raccontando l’adulterio come un gioco di libertà e trasgressione, anziché come una colpa. Anche la scelta di riprendere il titolo della celebre opera di Mozart contribuì ad alimentare le polemiche. Il film segnò, nel bene e nel male, anche la carriera di Claudia Koll, allora praticamente sconosciuta. Se da una parte il ruolo la rese popolare, dall’altra fu un’interpretazione dalla quale l’attrice avrebbe successivamente preso le distanze.

Monella (1998)

Con “Monella”, uscito nel 1998, Brass tornò a provocare il pubblico raccontando il desiderio e la libertà sessuale femminile attraverso gli occhi di Lola, interpretata dalla giovanissima Anna Ammirati. Ambientato nella provincia padana degli anni Cinquanta, il film segue una ragazza che non intende arrivare vergine al matrimonio, sfidando le convenzioni morali dell’epoca. A scatenare le polemiche fu anche l’età della protagonista. Anna Ammirati era maggiorenne, ma interpretava Lola, una ragazza di appena diciotto anni. In una prima fase Brass aveva persino preso in considerazione l’idea di affidare il ruolo a un’attrice minorenne. La scelta di associare un personaggio così giovane a una sessualità vissuta senza inibizioni contribuì ad alimentare le critiche degli ambienti più conservatori.

Senso ‘45 (2002)

Nel 2002 Tinto Brass tornò a fare discutere, accostando l’erotismo esplicito alla drammatica cornice storica del nazifascismo nella pellicola “Senso ’45”. Ispirato al racconto di Camillo Boito, già portato sullo schermo da Luchino Visconti, il film spostava la vicenda nella Venezia del 1945 e racconta la passione tra una nobildonna italiana (Anna Galiena) e un ufficiale delle SS (Gabriel Garko). A suscitare scandalo fu soprattutto l’accostamento tra sesso e nazifascismo, considerato da molti provocatorio e dissacrante. A far discutere contribuirono anche le scene di sesso di gruppo e le inquadrature particolarmente esplicite. Tra i passaggi più contestati ci fu inoltre una citazione di “Roma città aperta” di Roberto Rossellini, reinterpretata da Brass mostrando il cadavere di una donna riversa a terra a gambe aperte, che venne giudicato di cattivo gusto dalla critica.

Fallo! (2003)

Con “Fallo!”, uscito nel 2003, Tinto Brass spinse ancora più in là i confini del suo cinema erotico, avvicinandosi a territori fino ad allora rimasti fuori dalle sue pellicole. Il film, composto da sei episodi, fece discutere per le scene particolarmente esplicite – le cosiddette “inquadrature ginecologiche” - per molte sequenze che sfioravano la pornografia. A far finire la pellicola nel mirino della censura furono anche alcune scene di sesso non simulate. Una scelta che portò gran parte della critica a considerare il film una forma di pornografia commerciale mascherata da cinema erotico. Durante la promozione, nell’agosto 2003, Brass denunciò addirittura la censura della Rai, sostenendo che il titolo del film non poteva essere pronunciato in televisione e i trailer erano stati bloccati o tagliati perché ritenuti troppo provocatori.

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