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Cinema

“Il cileno” parte da Pinochet e arriva agli Anni di Piombo

Arriva in sala nel film di San Martín che intreccia la tragedia dei “desaparecidos” con il sottobosco del brigatismo italiano. Con una recitazione incredibile. È un obiettivo: spiegare il passato ai giovani

Il cileno

La linea rossa di confine tra la connivenza di criminalità, terrorismo e sopravvivenza è sottile come quella che divide politica militante e barricate. Nel ’76 si poteva morire per molto meno. In Argentina, nella notte delle matite spezzate, migliaia di liceali alle soglie della maggiore età erano finiti nel popolo dei desaparecidos. In Cile i seguaci del disarcionato presidente Allende erano territorio di caccia di Pinochet. In Italia gli anni di piombo assomigliavano a un seminato di vittime e brigatisti rossi, gli uni a caccia degli altri in un tessuto sociale di guerriglia.

Il cileno di Sergio Castro San Martìn - da oggi 27 agosto nelle sale per Fandango dopo l’ottimo esordio al Locarno Film Festival in una proiezione fuori concorso in piazza Grande - racconta una di queste storie, solo apparentemente marginali, nate tra carte e schede uscite dagli archivi storici di quella seconda metà degli anni Settanta che chi ha vissuto non dimenticherà. Non ci sono, insomma, libri alle spalle di Aldo Marin, uno dei tanti che dai bassifondi di Santiago si ritrova catapultato in una fabbrica di Torino negli anni grigi della protesta. Di Potere operaio. Dello Stato «fascista» dei governi Moro e Andreotti.

Marin è un minatore esperto, a suo agio con gli esplosivi per le cave, che si ritrova in Italia in cerca di fortuna dopo aver lasciato moglie e figlio al di là delle Ande. Il meccanismo è quello di tanta immigrazione anche recente. Un lavoro sicuro prima di «importare» i familiari. A Torino arriva con l’amico Chapa, uno che non esita a infiltrarsi nella malavita, mentre lui sceglie la via onesta della fabbrica dove però ribolle la protesta al grido di «E ora, e ora potere a chi lavora». Così la vita di Aldo (Camilo Arancibia) incrocia quella di Luciana (Sara Serraiocco), una dottoressa che insegna all’Università - altro serbatoio di giovanili insofferenze - e aiuta le donne ad abortire clandestinamente.

Sarà lei a introdurre Marin negli ambienti del terrorismo dove la sua fama di tombarolo provetto è giunta intatta. Inizialmente renitente, il cileno accetta di confezionare ordigni senza però piazzarli nei punti strategici voluti dai brigatisti. È una sorta di ritorno alle origini, là dove tutto era cominciato e il film è testimone di questa sterzata con un avvio in tono quasi western con le riprese in un Cile che da Far West arido e dimenticato si trasforma in un altro Far West, stavolta cittadino e metropolitano. Qui emergono i sotterranei e nascosti legami tra due popoli - italiano e sudamericano - in cui la cultura nostrana e quella andina trovano un’insospettabile saldatura negli anni post golpe.

Lo smalto nero brillante di quel periodo sta tutto in un soggetto che non trae spunto da libri o pregresse avventure editoriali ma da minuziose ricerche d’archivio. «Io e il regista - ha spiegato la sceneggiatrice Simona Nobile - ci siamo imbattuti in un materiale foltissimo che, per molti versi, ci ha perfino sorpreso. Noi stessi non credevamo a testimonianze così numerose e fitte su un periodo storico sociale di cui il sottobosco non è mai venuto alla luce». Vivace il contributo degli attori che, essendo tutti molto giovani, non hanno attraversato gli anni di piombo ma hanno tentato di illudere il pubblico di averli conosciuti. Arancibia, nato nel 2000, è un bombarolo credibile mentre la Serraiocco, fredda tramite con l’universo brigatista e il terrorista Lorenzo Richelmy, entrambi 36 anni, sono apparsi più disinvolti sul set che nella ricostruzione storica di un periodo loro lontano per motivi generazionali. Uno stralcio di vita che scintillerà più limpido nello spettatore che ieri era un ragazzo.

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