Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 12:39
Cinema

Il cinema ridotto a quote rosa e zero meritocrazia: il ridicolo assalto al Festival di Venezia

Una sola donna tra i venti registi in concorso scatena la polemica. Ma Alberto Barbera non può riparare gli squilibri dell’industria sacrificando la qualità

82.ma Mostra del Cinema di Venezia

Nuovo festival, solita polemica. È bastata qualche ora – il tempo di un tweet, di un’intervista – per riaccendere la più prevedibile delle polemiche: alla prossima Mostra del Cinema di Venezia, nel concorso principale, ci sarà una sola regista su venti autori selezionati. Sì, perché la danese-egiziana May el-Toukhy, con Woman Unknown, sarà l’unica donna in corsa per il Leone d’Oro. Tutti gli altri film portano la firma di uomini. Un dato certamente vistoso, che merita di essere analizzato. Purché non lo si trasformi automaticamente in un atto d’accusa contro Alberto Barbera, sfoderando l’immarcescibile patriarcato.

I j’accuse si sono moltiplicati rapidamente. Il Corriere della Sera ha scritto che il rapporto di uno a diciannove non può essere “normalizzato”, con una riflessione piuttosto pomposa sul concetto di potere. Certo, il problema va affrontato, ma andiamo avanti. Repubblica, con un articolo di Arianna Finos, ha raccolto le reazioni di diverse esponenti del mondo culturale, rilanciando interrogativi sulle pari opportunità, sui finanziamenti e sulla crescita professionale delle cineaste. Da Piera Detassis a Emma Dante, l’affondo è cristallino: “Le registe contano sempre meno”.

Nessuno, naturalmente, mette in discussione che le donne siano capaci. Men che meno Barbera, che non ha mai sostenuto nulla di vagamente simile. Eppure il dibattito sembra essersi incagliato proprio qui, come se la selezione veneziana rappresentasse un giudizio complessivo sul talento femminile o, peggio ancora, la prova di una discriminazione praticata dalla direzione della Mostra.

Le parole pronunciate da Barbera raccontano una storia diversa. Il direttore ha ammesso di essere stato il primo a rimanere colpito dal risultato e di aver sperato “disperatamente” di trovare altri film diretti da donne con una qualità adeguata al concorso. Ha definito quella presenza minima un dato inquietante, ricordando però che i lungometraggi di finzione firmati da registe e sottoposti alla selezione erano circa il 24 per cento del totale, contro quasi il 30 per cento dell’anno precedente. Meno film ricevuti e – secondo la valutazione della commissione – meno opere considerate all’altezza della competizione principale.

Dove sarebbe lo scandalo? Barbera avrebbe forse dovuto scegliere un film che non riteneva abbastanza riuscito soltanto per correggere la proporzione? Per strappare l’applauso della galassia femminista/woke? Avrebbe dovuto compilare il programma con la calcolatrice, stabilendo in anticipo quanti uomini e quante donne ammettere? Una mostra cinematografica non è un concorso pubblico e la selezione di un festival non è un censimento della popolazione. È una scelta artistica, inevitabilmente discutibile e soggettiva, ma fondata sulla valutazione delle opere.

Il punto dovrebbe essere persino banale: un film non diventa migliore o peggiore in base al sesso di chi lo dirige. E una regista non viene valorizzata davvero quando il suo lavoro viene scelto per riempire una casella. Al contrario, sarebbe umiliante insinuare che una cineasta abbia bisogno di una corsia riservata per confrontarsi con i colleghi uomini. Le pari opportunità servono per consentire a tutti di arrivare alla linea di partenza, non per decidere a tavolino l’ordine d’arrivo.

Questo non significa negare il problema. La diminuzione delle opere femminili sottoposte alla Mostra è un segnale che merita attenzione. Ma bisogna guardare nel posto giusto. La Mostra di Venezia rappresenta l’ultimo anello di una catena molto più lunga: non finanzia i film, non decide quali progetti debbano essere prodotti, non stabilisce i budget affidati alle registe e non controlla l’accesso alle grandi produzioni internazionali. Quando un’opera arriva davanti ai selezionatori, quasi tutto è già accaduto.

Se le donne incontrano maggiori difficoltà nell’ottenere finanziamenti, nel dirigere produzioni costose o nel portare a termine i propri progetti, è lì che bisogna intervenire. Si chieda conto ai produttori – come ben sottolineato dal critico Raffaele Meale, si parla sempre troppo poco della categoria delle produttrici, tutt’altro che marginale – alle piattaforme, alle tv. Si verifichi quante sceneggiature firmate da donne vengano sostenute, quanti esordi vengano accompagnati e quante registe abbiano accesso agli stessi mezzi concessi ai colleghi. Pretendere che sia Barbera a riparare in pochi giorni, attraverso la selezione, uno squilibrio creatosi negli anni significa confondere la conseguenza con la causa.

Oltretutto la storia recente della Mostra rende piuttosto fragile qualsiasi sospetto di pregiudizio. Nel 2020 il Leone d’Oro è andato a Nomadland di Chloé Zhao in un concorso che vedeva 8 film diretti da donne su 18. Nel 2021 ha vinto L’événement di Audrey Diwan. Nel 2022 il massimo riconoscimento è stato assegnato a All the Beauty and the Bloodshed di Laura Poitras. Tre Leoni d’Oro consecutivi a tre registe, scelti non per rispettare una quota, ma perché le giurie considerarono quei film i migliori del concorso.

È questa la vera valorizzazione del talento femminile: premiare un’opera quando è la più forte, senza paternalismi e senza certificati di appartenenza. Venezia lo ha fatto più volte, dimostrando di non avere alcuna prevenzione nei confronti delle cineaste. Lo stesso Barbera ha ricordato che le donne sono presenti in maniera significativa nelle altre sezioni e che le tre principali giurie dell’edizione 2026 saranno presiedute da donne. Elementi che non cancellano il dato del concorso, ma impediscono di presentarlo come la prova di un ambiente ostile, di un patriarcato irreversibile.

Anche l’articolo del Corriere, del resto, riconosce che Venezia non è l’origine dello squilibrio, ma la lente attraverso cui esso diventa visibile. È un passaggio fondamentale. Se il festival è soltanto lo specchio, prendersela con lo specchio non cambierà l’immagine riflessa. E se davvero l’obiettivo è aumentare il numero delle registe, la battaglia dovrebbe iniziare altrove, non nella stanza in cui si selezionano film già completati.

Barbera ha fatto esattamente ciò che un direttore deve fare: ha scelto i film ritenuti migliori, assumendosi la responsabilità della selezione. Contestare le singole opere è legittimo, ma alla fine della Mostra. Chiedergli di comporre il concorso in base al genere dei registi significa invece chiedergli di rinunciare al suo lavoro.

Le registe non hanno bisogno di essere ammesse perché donne. Non hanno bisogno di quote come i panda. Hanno bisogno di poter realizzare i propri film e - quando quei film sono validi – di essere giudicate senza pregiudizi. Pari opportunità all’inizio del percorso e nessuna tabella Excel al traguardo. Tutto il resto rischia di ridurre il talento femminile a una casella da spuntare.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.