Cinquant’anni fa arrivava nelle sale francesi Le Corps de mon ennemi. Jean-Paul Belmondo era una delle più luminose star europee quando Henri Verneuil lo chiamò a interpretare una storia di vendetta che è anche un altrettanto spietata radiografia della provincia francese e della sua apparente rispettabilità, dietro la quale si nascondono ipocrisie e intrighi.
Nella grande mostra retrospettiva su Belmondo le Magnifique, che si terrà dal 7 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027 alla Cinémathèque française, per la pellicola già si annunciano gli onori che merita. Poco ricordato, invece, è il nome dell’autore del romanzo (Il cadavere del mio nemico, edito in Italia da Rizzoli nel 1976) da cui era tratta: Félicien Marceau, nom de plume di Louis Carette.
Giornalista, romanziere, drammaturgo, saggista, Marceau fu per oltre due decenni uno degli autori più letti e rappresentati sulla scena francese. L’umorismo raffinato e pungente delle sue commedie dominò i cartelloni teatrali e i suoi romanzi raggiunsero un pubblico vastissimo. Il cinema, principale fabbrica dell’immaginario collettivo, ne ha catapultato i personaggi oltre i confini della narrativa, prolungandone la vita ben oltre la stagione del successo editoriale. Morto nei pressi di Parigi nel 2012, a un soffio dal traguardo del centenario, Marceau, tenuto ai margini dalla cultura dominante dell’interminabile secondo dopoguerra, è stato rimosso dal dibattito delle idee. La sua ricca produzione letteraria derubricata alla voce intrattenimento. Lui stesso liquidato come scrittore minore se non marginale, malgrado sia stato accostato a giganti come Molière e Balzac, cui peraltro dedicò un apprezzato saggio. Tra i più controversi intellettuali dell’epoca, refrattario a ogni forma di engagement, era nato con il nome di Louis Carette nel 1913 a Kortenberg, in Belgio. Durante l’Occupazione, imperterrito, aveva continuato a scrivere per Le Soir, ribattezzato Le Soir volé (il sole rubato) perché passato sotto il controllo filo-tedesco. Condannato in contumacia per collaborazionismo dopo la Liberazione, dovette rifugiarsi in Francia.
Fu solo allora che nacque Félicien Marceau. La sua seconda vita ebbe risvolti degni della trama di un film. In pochi anni l’esule belga riuscì ad affermarsi come mattatore del proscenio culturale. La sua firma divenne garanzia di teatro brillante: dialoghi rapidi, ironia pungente, personaggi in bilico tra illusioni e disinganno. Il teatro era il luogo naturale di Marceau. Tutta la sua opera ruota attorno a una medesima intuizione: gli uomini recitano continuamente, anche quando non credono più nella parte. Nella vita come sul palco, ognuno si attiene al copione che si è dato.
Nel 1969 arrivò il Prix Goncourt per Creezy, romanzo pubblicato da Ugo Mursia Editore pressoché in contemporanea con Gallimard. Nel 1975 seguì l’ingresso nell’Académie française. Le ombre del passato, tuttavia, non cessavano di accompagnarlo. Né il Goncourt, né la Cupola dell’Académie, lo misero al riparo da critiche e proteste. La biografia come sentenza definitiva del tribunale invisibile della storia. Non importa più cosa uno scrittore abbia scritto: importa ciò che gli si può imputare. A differenza di altri intellettuali del dopoguerra, Marceau non fece confessione pubblica. Alcun pentimento venne esibito. Reticenza che contribuì ad alimentare sospetti e attrarre inimicizie.
Marceau, che pure si tenne sempre a debita distanza dalla politica, commise un altro errore imperdonabile: gravitò nel milieu degli Ussari, la corrente letteraria che negli anni Cinquanta, attorno a Roger Nimier, contrappose all’intellettuale impegnato di ascendenza sartriana il gusto dello stile e la libertà narrativa. Allievo di Paul Morand, Marceau condivideva con quel mondo la diffidenza verso la letteratura ideologica e il rifiuto di ogni forma di moralismo politico. I suoi personaggi non incarnano valori da difendere o da combattere: inseguono desideri, interessi, illusioni destinante a infrangersi. Illusioni amorose, sociali, politiche, generazionali. Marceau, del resto, appartiene a una generazione che vide crollare molte delle certezze del primo Novecento. Le ideologie, le classi dirigenti, le gerarchie sociali, perfino l’idea tradizionale di Europa. Da qui nasce il suo disincanto: non rabbioso come quello di Céline, non provocatorio come quello di Nimier. Non denuncia, non giudica. Osserva e annota, con lucidità.
Creezy, la protagonista dell’omonimo romanzo, è il simbolo perfetto della Francia di quegli anni, animata da una generazione inquieta, insofferente ai legami, assalita da una velocità senza direzione e consumata dal presente. Non è una femme fatale, ma una fotomodella che sfugge alle convenzioni borghesi e attraversa il mondo della moda e dell’alta società parigina lasciando dietro di sé un esercito di corteggiatori. Il coprotagonista-narratore è il deputato quarantenne dell’assemblea nazionale interpretato nella trasposizione cinematografica da un maturo e ambiguo Alain Delon, ma davanti alla giovinezza di Creezy si scopre vulnerabile e il suo potere è una scenografia imponente ma inutile. Dietro il tono leggero, si avverte sempre una nota malinconica. Marceau in punta di calamaio tratteggia una civiltà che sta perdendo fiducia in sé stessa. La commedia continua, ma il lettore comprende che il sipario sta inesorabilmente calando. La fine delle illusioni è il vero tema, molto più della fatua mondanità.
L’Italia occupa un posto non secondario in questo universo letterario e non soltanto perché sposò l’attrice napoletana Bianca Della Corte. Marceau era già molto teatrale di suo, ma il Belpaese lo rafforzò nella convinzione che la vita è una rappresentazione permanente. I suoi lavori teatrali, tra i quali L’uovo e Pappa reale, gli diedero anche da noi una larga popolarità. Capri, piccola isola, romanzo pubblicato anch’esso da Mursia, rivela inoltre l’irresistibile fascino che il Mediterraneo esercitava sullo scrittore: Capri vi appare come un luogo sospeso tra garbo, sensualità e decadenza, quasi una metafora della bellezza destinata a svanire. Oggi Marceau è assente dalle librerie italiane. Nei cataloghi non ce n’è traccia. Le vecchie traduzioni sono sempre più difficili da reperire. Il teatro borghese francese non gode più del prestigio di un tempo e la sua visione del mondo elegantemente reazionaria non sembra allettare le major editoriali.
