Alessandro Gnocchi
Inviato a Venezia
Nino - Un film su Nino Rota di Walter Fasano vale più di ogni elogio funebre postumo: in vita, Rota non ebbe un buon rapporto con la critica musicale. Il dettaglio racconta più di mille pagine di critica cinematografica.
Pensateci. L’uomo che ha scritto la musica per Il Gattopardo, per La Dolce Vita, per 8½, per Il Padrino (vincendo l’Oscar, primo italiano a riuscirci), l’uomo la cui melodia per La Strada è entrata nell’inconscio collettivo di chi non ha mai visto un film di Fellini in vita sua, quest’uomo veniva guardato con sospetto dai suoi colleghi accademici. Perché? Perché amava Verdi più di Stockhausen, perché credeva ancora nella melodia in un secolo che aveva deciso di processarla come reperto borghese, perché scriveva per il cinema (arte minore, si diceva allora) invece di chiudersi nelle stanze insonorizzate della dodecafonia. Sulla melodia poi aveva le sue idee: «è decisivo cosa le si mette intorno», l’arrangiamento in altre parole. Ragazzo prodigio, aveva scritto e diretto il primo oratorio a 11 anni, in Francia. Aveva poi studiato con Alfredo Casella e Rosario Scalero, a Roma e negli Stati Uniti. Ma fu segnato dalla madre, eccellente pianista: «ho ascoltato quello che suonava eseguito da altri, anche più bravi, ma niente mi ha mai soddisfatto come le sue interpretazioni». Rota fu musicista notissimo e uomo in parte misterioso, come attesta la presenza di una figlia segreta, Nina, nata da una breve relazione con la pianista Magdalena Longari.
Il film di Fasano, presentato ieri alla Mostra nella sezione Open, ha il merito di restituire Rota alla sua vera statura, accanto ai massimi compositori del Novecento. Ma la domanda che il documentario pone, forse suo malgrado, è un’altra: quanti altri Rota abbiamo lasciato ai margini in nome dell’ortodossia dell’avanguardia? Quanta bellezza abbiamo bollato come reazionaria solo perché si rifiutava di rompere, disturbare, contestare?
Non è un caso che tra gli intervistati ci sia Park Chan-Wook, regista coreano cresciuto lontanissimo dalla temperie culturale italiana del dopoguerra, eppure capace di riconoscere in quelle note qualcosa di universale. La musica di Rota, semplicemente, ha attraversato il tempo mentre gran parte dell’avanguardia che lo snobbava è rimasta prigioniera del proprio decennio, un curioso reperto da manuale di storia della musica piuttosto che un patrimonio vivo. C’è del resto qualcosa di esemplare in un uomo che Fasano descrive come «notoriamente svagato quanto fermo nelle proprie convinzioni»: la distrazione non gli impedì mai di sapere esattamente cosa non voleva diventare. Non un rivoluzionario di professione, non un iconoclasta di mestiere. Solo un artigiano della bellezza, in un secolo che considerava la bellezza sospetta. Da riscoprire, infine, l’ampio repertorio extra cinema. Rota infatti non ha mai smesso di comporre musica classica per orchestra.
Ottant’anni dopo, chi ricorda ancora i suoi detrattori?
