A volte i mostri riemergono dal profondo degli Oceani... dello schermo. Lo fanno ciclicamente dai tempi de Lo squalo (1975) di Steven Spielberg anzi dai tempi di Moby Dick, la balena bianca (1956) di John Huston che per girarlo rischiò di annegare mezzo cast e un bel pezzo delle maestranze. Quest’anno ad emergere dalle acque è stato soprattutto lui, il Kraken, un mostro leggendario che arriva dritto dritto dalle saghe nordiche. L’aspetto dell’animale è chiarissimo in tutte le antiche leggende: un calamaro gigante. E in questo senso, esagerazioni a parte, i marinai ci avevano visto giusto molto prima che arrivassero le conferme scientifiche. Il mostro in un certo senso esiste: si chiama Architeuthis dux e può essere lungo fino a 18 metri. In più le sue lotte con i capodogli, sono davvero epiche come nelle antiche stampe marinaresche. Più difficile dire cosa significhi dire esattamente il nome Kraken: a seconda dei linguisti che si interrogano le risposte cambiano. «Kraken», attestato circa dal XVIII secolo, deriva da una voce dialettale norvegese - krake - secondo alcuni parola imparentata con l’antico termine germanico krabben (ciò che striscia dal fondo), secondo altri significa albero morto a simboleggiare i tentacoli del mostro che galleggiano come rami...
Di sicuro Kraken è diventato il titolo di un horror norvegese uscito quest’estate e disponibile su Prime. La trama? Una biologa marina, Johanne (interpretata da Sara Khorami), viene chiamata a certificare la sicurezza di un moderno e tecnologico allevamento di salmoni gestito da Avaldsnes (Øyvind Brandtzæg)
nel Sognefjord. L’impianto utilizza onde sonore (sonar) per combattere i parassiti. Queste frequenze finiscono però per risvegliare un gigantesco cefalopode preistorico il Kraken che inizia ad attaccare e uccidere chiunque si trovi in acqua. La critica non l’ha trovato un prodotto esaltante... A parte le scene in cui giovani canoisti vengono succhiati dal Kraken come cannoli. A frenare un poco l’abbrivio del film, a zavorrare il mostro, è soprattutto la necessità di dare una spalmata di ecologia al tema. Il prendersela con gli allevamenti intensivi di salmoni e il mostrare poco il mostro funziona sino ad un certo punto: è la lezione di Spielberg però l’abbiamo tutti metabolizzata un po’ troppo.
Va un po’ meglio anche se alla fine gli ingredienti sono proprio gli stessi con la miniserie ora disponibile su Netflix: Below. In questo caso siamo in Canada, ad essere stata devastata è la pesca al merluzzo. E ora i pescatori tirano a campare recuperando ghiaccio di scioglimento degli iceberg per produrre vodka di alta qualità. Ma sciogli oggi sciogli domani, a colpi di cambiamento climatico, nell’acqua finisce per aggirarsi anche qualcosa di molto molto pericoloso. Una creatura che si avvicina a riva quando il calore minaccia le sue uova. Tutta la trama è di fantasia e le scene a colpi di calamaro non proprio così brillanti. Però nella dinamica della narrazione che racconta la crisi delle comunità costiere canadesi c’è un dettaglio interessante e assolutamente realistico. Nel 1965 venne introdotto il Fisheries Household Resettlement Program, destinato a favorire il trasferimento degli abitanti delle comunità rurali verso centri considerati economicamente promettenti. L’obiettivo era concentrare la popolazione in aree
dotate di opportunità e servizi, ma le conseguenze furono devastanti. Lasciare i villaggi sgretolò legami familiari, tradizioni e uno stile di vita costruito nel corso delle generazioni. In questo caso il Kraken c’era e si chiamava Stato.
Il calamaro gigante fa capolino anche in un’altra pellicola appena uscita, Whalefall. In questo caso abbiamo un sub ingoiato da un capodoglio mentre viene attaccato da un calamaro gigante. Insomma mostro + mostro, più il mito biblico di Giona e una spruzzata di Pinocchio con più adrenalina. Questo adattamento diretto da Brian Duffield dell’omonimo romanzo del premio Pulitzer 2026 Daniel Kraus è una pellicola davvero claustrofobica e ansiogena, una corsa contro il tempo di un uomo finito nello stomaco di un cetaceo, che diventa un labirinto vivente fatto di carne, succhi gastrici e ricerca di ossigeno. A fare un po’ la differenza in questo caso è che tutta la vicenda nasce e ruota attorno alla ricerca del padre. Questo dà ai mostri e alla discesa negli abissi un aspetto necessariamente più psicologico. O dovrebbe.
L’aspetto psicologico invece c’è di sicuro nel romanzo d’esordio di uno scrittore italiano, Igor Damiani, in libreria con Il cacciatore di Kraken (Mondadori, pagg. 176, euro 18,50). Anche qui c’è la necessità di mettersi alla caccia di un padre che è partito misteriosamente per la Norvegia. E in questo caso il Kraken compare solo alla fine. Raccontato sulla pagina è meno ridicolo che sullo schermo. I mostri vivono meglio negli abissi... dell’immaginazione.
