Basta l’attacco di una frase, spesso, e non serve nemmeno finirla. Un accento romanesco storpiato ad arte, un tono di voce riconoscibile, e chi ascolta completa la battuta come si completa un rosario recitato a memoria. Su questo riflesso quasi liturgico, tipico di ogni cinefilo di lungo corso, costruiscono la loro scommessa Alberto Pallotta e Andrea Pergolari con Signori, si ride, il volume in uscita per Sagoma che raccoglie quattrocento battute del cinema comico italiano: un prontuario che si presenta come divertente gioco enciclopedico ma nasconde una tesi tutt’altro che frivola.
La tesi è questa: la commedia italiana non è stata un genere, è stata un punto di vista sul mondo. Un modo, tutto nostro, di guardare in faccia il dramma e poi voltarlo in scherzo, con quella «mistura di cinismo, sarcasmo e malinconia» che Pergolari indica come cifra dell’italianità stessa. L’intuizione è di Ennio Flaiano, evocato in apertura come nume tutelare: l’arte di arrangiarsi, dice, è la categoria del comico, e il comico è la categoria dell’italiano. Ma è un’intuizione che il libro riesce a far vivere di nuovo, pagina dopo pagina.
Vale la pena ricordare, prima di tutto, perché questo genere meriti attenzione. Ha raccontato il boom e il perbenismo piccolo-borghese meglio di molto cinema «impegnato», disarmando con la risata le difese ideologiche del pubblico. Ha codificato tipi umani, il vile, l’opportunista, il velleitario, che restano più veri di tante analisi sociologiche. Ha avuto il coraggio, spesso, del finale amaro: pensiamo a I mostri o a Il sorpasso, che chiudono sulla sconfitta senza chiedere scusa. E ha fissato per sempre una lingua, ritmi e cadenze dialettali diventati patrimonio comune più di certa prosa letteraria coeva. In quanto alla storia, non per caso Mario Monicelli vinse un premio (il Cherasco) assegnato da esperti e professori. In effetti, chi può dimenticare La grande guerra, e i due vigliacchi, Alberto Sordi e Vittorio Gassman, straordinari, che diventano eroi nel momento decisivo?
Il pregio della raccolta, e insieme la sua dichiarazione di intenti, sta nel rifiuto del florilegio «scientifico». Gli autori non selezionano per gerarchia estetica: mettono sullo stesso piano il pernacchio filosofico di Eduardo ne L’oro di Napoli (quello vero, dice il personaggio, «è un’arte», non va confuso con la pernacchia volgare di oggi) e la sceneggiata romanesca di Carlo Verdone in Borotalco, il lirismo sghembo di Nanni Moretti e la sceneggiata muta di Totò sui fratelli Caponi, un batti e ribatti che non significa più nulla e proprio per questo fa ridere.
È una scelta di campo che ha del manifesto: il cinefilo da commedia, scrivono i curatori, preferisce «le pratiche basse al cinema d’autore, la battuta un po’ greve all’immagine forbita», ma questo non gli impedisce di riconoscere, sotto la scorza plebea, un’intelligenza pari a quella di qualunque cinema «alto». Il pernacchio, in fondo, è un’arte quanto un endecasillabo, cambia solo il pubblico a cui si rivolge.
Ma la parte più preziosa del libro, quella che gli dà uno spessore inatteso rispetto al genere del florilegio citazionistico, arriva alla fine: quattro ritratti di sceneggiatori, gli uomini che quelle battute le hanno effettivamente scritte e che il pubblico, nella sua idolatria per gli attori, al massimo per i registi, ha sempre ignorato.
C’è Sabatino Ciuffini, arrivato a Roma a piedi dall’Aquila dopo la guerra, mente nell’ombra di Sergio Corbucci, uno che di sé stesso amava dire di essere «qualcuno, magari non tanto, ma comunque me stesso»: un uomo così schivo da non avere, ancora oggi, nemmeno una voce su Wikipedia. C’è Marcello Fondato, ex partigiano e giornalista parlamentare prestato al cinema, capace di scrivere di nascosto un film pur di ingannare un produttore troppo prepotente, e di gioire come un ragazzino quando quel film ebbe successo. C’è Ottavio Jemma, timido fino all’ossessione, che con l’amico Pasquale Festa Campanile costruì un immaginario erotico capace di attraversare generazioni di spettatori italiani. E c’è Franco Verucci, l’ultimo, forse il più struggente: uno sceneggiatore «in guerra» con tutto, coi telefoni e con le tazzine del caffè, che passò la vita a scrivere gialli mai pubblicati mentre firmava, per mestiere, la saga di Piedone con Bud Spencer. Sono ritratti scritti con un affetto quasi filiale, e proprio per questo funzionano: restituiscono la commedia italiana come mestiere artigianale prima ancora che come arte, fatto di uomini che stavano ai tavolini dei bar romani a inventare storie per pagare l’affitto, sapendo benissimo che la gloria sarebbe andata tutta a Sordi, a Totò, a Tognazzi.
Pergolari, nella sua introduzione, scomoda Proust senza vergognarsene: ogni battuta di questo libro, scrive, è «una piccola madeleine da assaporare per rimettere in circolo i nostri ricordi». È un’immagine ardita, applicata a un cinema che i più snobbano come basso, ma che regge benissimo alla prova dei fatti: chi non ricorda dove si trovava, e con chi, la prima volta che ha sentito il conte Mascetti di Amici miei sparare la sua micidiale «supercazzola»? Chi non è rimasto scioccato riconoscendosi (alla perfezione) nel ragioniere Ugo Fantozzi? La memoria collettiva italiana, quella vera, quella condivisa senza sforzo da generazioni diverse, passa più da queste battute che da molta narrativa seria del Novecento.
Naturalmente non ci sono solo aspetti positivi. C’è anche qualche rischio da considerare. Il primo è che la celebre «arte di arrangiarsi», oltre a essere una filosofia comica, possa diventare un alibi culturale: la giustificazione del particolarismo, della sfiducia nelle istituzioni, del farsi furbi come unica risposta possibile alla vita (Giuseppe Prezzolini lo sapeva benissimo, e giustamente, tra i suoi scritti più famosi, c’è la distinzione tra i «fessi» onesti e i furbi «imbroglioni»). La commedia italiana quel cinismo lo ha raccontato benissimo, ma qualche volta lo ha anche, senza volerlo, incoraggiato. Il secondo è la nostalgia stessa che il libro rivendica come metodo: il «settarismo» fra cinefili di cui parlano gli stessi curatori rischia di trasformare la commedia all’italiana in un reperto da citare a memoria, un patrimonio da custodire invece che una lezione da cui ripartire. Il rimpianto per Sordi e Tognazzi, se diventa l’unico orizzonte, finisce per certificare che la commedia italiana contemporanea non ha più nulla di altrettanto tagliente da dire. Con le dovute eccezioni, visto il successo colossale di Checco Zalone e, qualche anno fa, di Aldo, Giovanni e Giacomo. Il terzo è un certo snobismo al contrario, per il quale Roberto Cotechiño centravanti di sfondamento è molto meglio di Apocalypse Now e Bombolo è molto meglio di Woody Allen.
Signori, si ride è, in fondo, un atto di giustizia postuma: verso il pubblico che si diverte e si vergogna un po’ di farlo, e verso gli sceneggiatori che hanno scritto le risate di tutti restando, loro, sempre fuori campo.
